Gli ultimi dati Eurostat sulla disoccupazione sono molto positivi per l’Italia. Ad aprile 2026, si è assestata al 5,1%, giusto 1 punto in meno rispetto a un anno fa. Anche il tasso di disoccupazione giovanile è incoraggiante: 16,9%. Il che, a livello europeo, pone il nostro Paese in condizioni molto migliori di altri rispetto a Paesi come la Spagna (disoccupazione generale al 10,3%, giovanile al 23,7%), Svezia (disoccupazione all’8,6%, giovanile al 21,4%) e Finlandia (10,6% e 22,2%).
Fatto sta che, stando alla Corte dei Conti europea, l’Ue deve fare di più per sostenere l’occupazione giovanile e produrre risultati duraturi.
Nell’Unione, il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 29 anni è ancora relativamente alto, all’11,6 %. Esso è diminuito rispetto al 20% che si riscontrava nel 2013. Ma qualche nodo resta ancora da sciogliere:
“Il sostegno dell’Ue per l’occupazione giovanile deve dimostrare di produrre risultati nel tempo – dice Carlo Alberto Manfredi Selvaggi, membro della Corte – Senza obiettivi più chiari e risultati a lungo termine dimostrati, è difficile sapere se i fondi pubblici riescono veramente a fare la differenza per i giovani”.
Perché tanta attenzione a come vengono spesi i soldi pubblici per sostenere le politiche attive per il lavoro?
Perché, sebbene la responsabilità delle politiche a favore dell’occupazione giovanile sia principalmente competenza degli Stati membri, l’Ue svolge un ruolo di coordinamento e sostegno. Fornisce orientamenti strategici, soprattutto nell’ambito del ciclo annuale di coordinamento delle politiche economiche, sociali e di bilancio attraverso il Semestre europeo ed i programmi nazionali di riforma, che sono stati sostituiti adesso dai piani nazionali strutturali di bilancio di medio termine. Da quando è stato introdotto il pacchetto per l’occupazione giovanile nel 2012, l’Ue ha destinato notevoli risorse per sostenere l’accesso dei giovani al lavoro.
Dal 2014 l’Ue ha stanziato circa 25 miliardi di euro della politica di coesione specificamente per sostenere l’occupazione giovanile, attraverso il Fondo sociale europeo (Fse), l’Iniziativa a favore dell’occupazione giovanile (Iog), React-Eu e il Fondo sociale europeo Plus (Fse+). E l’Italia e la Spagna insieme ricevono circa la metà dei finanziamenti (quasi il 47,5 % del totale). Le misure sostenute dall’Ue includono incentivi all’assunzione per i datori di lavoro, attività di formazione e di accompagnamento al lavoro per i giovani e azioni per aiutarli a restare al lavoro dopo l’assunzione.
Un obiettivo fondamentale delle misure, ricorda la Corte, è l’inserimento sostenibile nel mercato del lavoro, che significa, tra l’altro, far sì che i giovani non solo trovino un lavoro, ma restino occupati dopo la fine del sostegno finanziario. Per i magistrati contabili, il mantenimento del lavoro dopo 12 o 18 mesi potrebbe essere un valido indicatore dell’efficacia delle misure. Invece, gli indicatori di risultato a più lungo termine attualmente mostrano solo la situazione occupazionale dei beneficiari dopo sei mesi. La Corte conclude quindi che la Commissione dispone solo di informazioni “frammentarie” sui risultati a più lungo termine del sostegno finanziario dell’Ue all’occupazione giovanile.
La Corte ha inoltre riscontrato che i programmi operativi esaminati non fornivano una definizione chiara di quando una persona possa essere considerata inserita con successo nel mercato del lavoro. Gli obiettivi risultano così meno chiari e aumenta il rischio che i fondi dell’Ue siano assegnati senza obiettivi sufficientemente specifici o misurabili. La Corte avverte che l’impostazione degli incentivi all’assunzione potrebbe quindi essere inadeguata, con il rischio di un uso “inefficace ed inefficiente” del denaro pubblico.

