L’Italia è il classico paese in cui, per ogni dato positivo, ce n’è sempre un altro destinato a spegnere l’entusiasmo. Persino il vertiginoso aumento del numero dei laureati, registrato nell’arco degli ultimi vent’anni, lascia l’amaro in bocca se poi si riflette sulla vita precaria di centinaia di migliaia di giovani. È un vero e proprio paradosso: i Millennials e la Gen Z sono le generazioni più istruite e formate nella storia d’Italia, eppure sono quelle che devono fare i conti con contratti atipici, retribuzioni insufficienti, inflazione crescente.
I numeri spiegano bene la situazione. Tra 2001 e 2024 il numero di laureati è cresciuto di quasi il 140%. Se nel 2001 i giovani che conseguivano il titolo accademico erano circa 171mila, nel 2024 erano più di 411mila. Un bel “salto”, non c’è che dire. Ma, come si diceva, c’è l’altra faccia della medaglia che non può essere ignorata. E l’altra faccia della medaglia coincide col numero ancora troppo alto di contratti a termine: nel 2025 erano 2,4 milioni, con punte di 150mila nella scuola e 140mila nella pubblica amministrazione.
Ad aggravare il quadro contribuiscono altre due statistiche. La prima riguarda i salari e il loro potere d’acquisto. In Italia le retribuzioni lorde per dipendente, valutate al netto dell’inflazione, sono ferme ai livelli registrati negli anni Novanta. Nel frattempo, complici le guerre e il conseguente aumento del costo di molti beni, i prezzi sono costantemente saliti. La conseguenza è che il valore delle retribuzioni contrattuali è crollato: solo tra 2019 e 2024 il calo è stato del 10,5%, dopo il picco del 15 registrato nel 2022.
Un’altra considerazione, infine, la merita il disallineamento tra le posizioni lavorative ricoperte e i titoli di studio conseguiti da molti giovani. In circa il 35% dei casi, infatti, gli under 30 si trovano a svolgere mansioni che richiedono un titolo di studio più basso rispetto alla laurea che invece hanno conseguito. Vuol dire che, parallelamente all’incremento vertiginoso del numero dei laureati, il titolo di studio si è svalutato.
Che cosa vuol dire tutto ciò? Che il percorso lineare inculcato per anni nei giovani italiani – “studia, prendi la laurea e troverai un lavoro stabile” – è ormai superato. Ciò avviene per colpa di una scuola che istruisce ma non educa e di percorsi di studio che trasferiscono nozioni teoriche ma non alimentano lo sviluppo di pensiero critico, autoconsapevolezza e tutte quelle caratteristiche necessarie per affrontare un mercato del lavoro più complesso rispetto al passato.
E poi c’è un fattore storico: molti Millennials ed esponenti della Gen Z sono entrati nel mercato del lavoro dopo ripetute crisi – prima quella finanziaria, poi quella pandemica e infine quella inflattiva – che hanno favorito la diffusione di contratti a tempo determinato, atipici e a progetto. Tutte forme contrattuali che di certo non garantiscono la stabilità.
Ecco perché bisogna radicalmente cambiare il modello di istruzione pubblica. Trasferire nozioni resta utile, ma non può bastare. Ai giovani bisogna insegnare a orientarsi nel mondo del lavoro reale, a gestire l’incertezza e a negoziare il proprio valore in un sistema sempre più complesso e frammentato. A meno che non si voglia condannare due generazioni, per giunta le più “titolate” nella storia d’Italia, a una vita segnata da stenti e precarietà.

