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Il lavoro costa troppo alle imprese e rende troppo poco ai lavoratori. Chi prende la differenza?

Cuneo fiscale: dove va a finire e perché tagliarlo non basta a garantire più soldi ai lavoratori

Chissà quanti lettori, dando un’occhiata alla busta paga, saranno rimasti esterrefatti dalla differenza tra la retribuzione lorda e quella netta. Ad alcuni sarà venuto un colpo: com’è possibile che, dell’intera cifra che il datore di lavoro è tenuto a versare, solo una parte finisca effettivamente nelle tasche del dipendente?

La risposta è semplice. La differenza non resta nelle casse dell’impresa e non finisce nelle tasche del lavoratore. Va in gran parte allo Stato sotto forma di imposte e contributi previdenziali. Quelle risorse finanziano pensioni, sanità, scuola, cassa integrazione, indennità di disoccupazione, maternità e gli altri strumenti del nostro sistema di welfare. È questo il cosiddetto cuneo fiscale.

L’Italia è al quinto posto della classifica dei Paesi dell’Ocse in cui il costo del lavoro è più alto, con il 45,8%. Significa che, se il costo del lavoro è pari a 100 euro, 45,8 euro vengono assorbiti da tasse e contributi. Al lavoratore restano 54,2 euro. Eppure, tra il 2024 e il 2025, il cuneo fiscale si è ridotto dell’1,3% per effetto della riduzione del prelievo fiscale netto a carico dei lavoratori mediante l’introduzione di una detrazione Irpef aggiuntiva. Secondo Assolombarda, nel 2026 si stima un ulteriore calo al 45,5% grazie alla diminuzione dell’aliquota Irpef del secondo scaglione prevista dalla legge di bilancio.

Se questa previsione dovesse concretizzarsi, il cuneo fiscale italiano resterebbe comunque tra i più elevati dei Paesi Ocse. La media si ferma infatti al 35,1%, mentre in alcuni Stati, come il Cile, non raggiunge nemmeno l’8%.

A questo punto occorre chiarire un equivoco. Quando si afferma che quasi la metà del costo del lavoro “finisce allo Stato”, non significa che qualcuno incassi quella somma come un guadagno. Lo Stato raccoglie quelle risorse per finanziare servizi e prestazioni pubbliche. Il problema nasce quando, a fronte di un prelievo così elevato, lavoratori e imprese continuano a percepire salari bassi, un costo del lavoro elevato e servizi pubblici spesso giudicati insufficienti. È questo squilibrio ad alimentare il malcontento.

In questi termini, il cuneo fiscale rappresenta un sacrificio necessario. Il sistema previdenziale e quello sanitario non potrebbero funzionare senza il contributo di lavoratori e imprese. Il punto, però, non è stabilire se il welfare debba essere finanziato. Il punto è capire se il peso di quel finanziamento sia distribuito in modo sostenibile e se produca risultati adeguati per cittadini e imprese.

Quando gli stipendi restano bassi e stagnanti, come accade in Italia, il problema si sposta dal piano della tassazione a quello della struttura economica del Paese. Prima ancora del costo del lavoro, infatti, a impedire ai salari di crescere sono la bassa produttività, gli investimenti insufficienti, la scarsa formazione del personale, la dimensione ridotta di molte imprese, l’innovazione limitata e infrastrutture che spesso rallentano la competitività. Se si vogliono aumentare stabilmente le retribuzioni, servono riforme capaci di incidere su questi fattori.

Nel corso degli anni, invece, la politica ha concentrato gran parte degli interventi sulla riduzione del cuneo fiscale. È una scelta comprensibile. Dall’Irpef sui lavoratori dipendenti deriva una quota rilevante del gettito fiscale e ridurre il prelievo rappresenta la strada più immediata per aumentare il netto in busta paga. Lo ha fatto il governo Draghi durante la crisi energetica e inflazionistica. Lo ha fatto anche il governo Meloni, rendendo strutturale e poi rimodulando il taglio del cuneo fiscale.

Si tratta di misure utili. Che, tuttavia, rischiano di non essere sufficienti. Con il fiscal drag, infatti, l’inflazione aumenta nominalmente i redditi, spingendo molti lavoratori verso aliquote più elevate pur senza un reale incremento del potere d’acquisto. Lo Stato incassa di più e successivamente restituisce una parte di quel maggior prelievo attraverso nuovi interventi sul cuneo fiscale.

Per questo il taglio del cuneo fiscale, da solo, non risolve il problema dei salari. Riduce una parte del peso fiscale, ma non modifica le cause che impediscono alle retribuzioni di crescere in modo stabile.

Ecco perché, oltre a ridurre il costo del lavoro, occorre indicizzare gli scaglioni Irpef all’inflazione per neutralizzare il fiscal drag. Serve anche aumentare la produttività, favorire la crescita dimensionale delle imprese, investire nella formazione e rinnovare tempestivamente i contratti collettivi, introducendo clausole che consentano un adeguamento delle retribuzioni al costo della vita.

Alla domanda del titolo la risposta, dunque, è meno semplice di quanto sembri. La differenza tra quanto spende l’impresa e quanto riceve il lavoratore non viene trattenuta da un soggetto che si arricchisce. Finanzia il welfare pubblico. Ma quando il costo del lavoro resta tra i più alti d’Europa e i salari tra i più bassi, diventa inevitabile interrogarsi non soltanto su quanto si paga, ma anche su come vengono impiegate quelle risorse e su quali risultati producono per il Paese.

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Direttore Editoriale - Articoli pubblicati: 215

Libero Professionista e Giornalista, impegnato oltre che sul fronte dei servizi e prestazioni connesse al tema della prevenzione degli infortuni in ambienti di lavoro, ha maturato una notevole esperienza nell’ambito delle relazioni sindacali, ed oggi è tra i fondatori di diverse realtà sindacali di carattere Nazionale.

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