La vigilia: due strade verso lo stesso trono
Ci sono arrivate da opposte filosofie, Spagna e Argentina, alla prima finale mondiale della loro storia comune. La Roja da macchina quasi perfetta: mai in svantaggio in tutto il torneo, un solo gol subito in otto partite, l’imbattibilità record di Unai Simon durata 648 minuti e una fase a eliminazione diretta da manuale, con il Portogallo eliminato al 90+1′ dal solito Merino, il Belgio piegato in rimonta e la Francia annichilita 2-0 in semifinale dai sigilli di Oyarzabal e Porro. L’Albiceleste, invece, da squadra del destino: sette vittorie su sette, a caccia dell’en plein riuscito solo al Brasile del 2002, ma costruite col brivido. La rimonta da 0-2 con l’Egitto, due supplementari con Capo Verde e Svizzera, e la semifinale ribaltata all’Inghilterra in sette minuti, dall’85’ al 92′, con i gol di Enzo Fernandez e Lautaro Martinez su due assist di un eterno Messi.
La vigilia raccontava anche uno scontro generazionale mai visto: Messi, a 39 anni il secondo più anziano di sempre in una finale dietro Zoff e alla terza finale come Cafu, contro il diciannovenne Yamal, terzo più giovane dopo Pelé e Bergomi. Vent’anni di differenza in campo dal primo minuto, con la celebre foto Unicef di un Messi ventenne che tiene in braccio Yamal neonato diventata il manifesto della partita. Intorno, una cornice da Super Bowl: cerimonia con Tom Cruise, half time show e anelli celebrativi in stile americano per i vincitori.
La partita: il palleggio che logora, il cuore che non basta
La finale ha rispettato il copione tattico fino all’estremo. La Spagna ha fatto la partita dal primo all’ultimo minuto, con il palleggio di Rodri e Fabian Ruiz a spostare il blocco argentino e Yamal ad aprire solchi sulla destra; l’Argentina ha risposto con lancio lungo, pressing alto a tratti e una densità difensiva totale. Il piano di Scaloni, però, è franato progressivamente sotto il peso degli episodi: l’infortunio muscolare di Lisandro Martinez dopo nemmeno un tempo, i cambi esauriti già al 70′ per tamponare le emergenze, un Messi mai servito nella zona in cui fa male. Il dato che fotografa tutto: al novantesimo, i campioni del mondo non avevano ancora effettuato un tiro. E nel recupero è arrivato anche lo spartiacque definitivo, il secondo giallo a Enzo Fernandez per un intervento in ritardo su Cubarsí: supplementari in dieci contro la squadra che palleggia meglio al mondo.
L’extra time è stato un assedio interrotto solo dalla resistenza eroica di Dibu Martinez e dal VAR, che ha cancellato il gol di Nico Williams per un fallo a inizio azione di Merino. Ma la pressione era insostenibile: al 106′ la rimessa in gioco dalla trequarti di Porro, la sponda di testa di Williams a beffare Molina e il mancino sotto la traversa di Ferran Torres, al primo centro del suo Mondiale, quello che vale una carriera. La Spagna ha perfino sfiorato il raddoppio, annullato a Torres per fuorigioco e sprecato da Williams, prima dell’ultima preghiera albiceleste: il pallone dell’1-1 finito sui piedi di Simeone al 122′ e spedito alto. Diciannove tiri a zero il conto a un quarto d’ora dalla fine: raramente una finale ha avuto un padrone così netto, e come nel 2010 il titolo spagnolo è arrivato oltre il novantesimo.
Le conseguenze: cosa resta alle due finaliste
Per la Spagna il trionfo apre ufficialmente un’era. È la seconda stella sedici anni dopo Johannesburg, la prima nazionale a vincere due Mondiali nel ventunesimo secolo, e soprattutto il bis continentale e iridato che riporta la Roja dove stava la generazione dorata del 2008-2012: campione d’Europa e del mondo insieme. I segnali di longevità ci sono tutti: l’età del nucleo, con Yamal campione del mondo a 19 anni e Cubarsí padrone della difesa, una panchina che ha deciso il torneo, con i gol pesanti di Merino, la sponda di Williams, la rete di Ferran, tutti arrivati da subentrati o da rilanciati in corsa e un allenatore, De la Fuente, che non ha mai perso una gara a eliminazione diretta. Le ombre sono poche ma esistono: la Roja ha faticato oltre cento minuti a concretizzare un dominio totale, e la gestione delle aspettative su una squadra così giovane, Yamal su tutti, sarà la vera sfida del prossimo ciclo.
Per l’Argentina la sconfitta brucia ma non cancella. Il bilancio positivo è enorme: un torneo da sette vittorie, rimonte entrate nella storia, il record di otto gol segnati dal 76′ in poi e un Messi monumentale, coinvolto in dodici reti tra gol e assist come nessuno dai tempi di Müller, cinque volte migliore in campo. Il gruppo che resta, da Alvarez a Enzo Fernandez, da Mac Allister a Lautaro, garantisce futuro. I lati negativi, però, pesano: sfuma il bis che avrebbe eguagliato il Pozzo degli anni Trenta, la finale ha mostrato un piano gara rinunciatario fino all’autolesionismo, certificato dallo zero alla voce tiri dopo novanta minuti, e l’espulsione di Fernandez resterà una macchia. Soprattutto, cala quasi certamente il sipario sull’era mondiale di Messi che, come Maradona, saluta con una finale persa quattro anni dopo il trionfo: nel 2030 avrebbe 43 anni, e l’Argentina dovrà imparare a vivere senza il suo dieci.
I verdetti del torneo
Il primo Mondiale a 48 squadre consegna così il suo podio: Spagna, Argentina e l’Inghilterra di Tuchel, tornata tra le prime tre sessant’anni dopo il 1966 grazie al pirotecnico 6-4 sulla Francia nella finalina di Miami, decisa dalla tripletta di Saka dopo il 4-0 del primo tempo. Proprio in quella notte, l’ultima delle 187 panchine di Deschamps, Mbappé ha firmato la doppietta che gli vale la Scarpa d’Oro con 10 gol e il sorpasso storico su Messi in vetta alla classifica marcatori di tutti i tempi dei Mondiali: 22 reti contro 21. All’argentino restano i primati di questa edizione, dai cinque premi di migliore in campo alle dodici partecipazioni a gol, mentre Olise chiude con sette assist, record assoluto della competizione. E resta il verdetto più ampio: in un torneo che per la prima volta ha portato in semifinale le prime quattro del ranking, hanno vinto il collettivo più solido e la difesa meno battuta. Il calcio si allarga, il vertice si restringe: il Mondiale d’America incorona la Spagna, e da ieri il mondo ha una nuova regina.

