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Salario minimo o salario giusto? La politica litiga sulle parole, i lavoratori perdono potere d’acquisto

I numeri sono tutt'altro che incoraggianti. Al giorno d'oggi, in Italia, circa 5,7 milioni di lavoratori percepiscono meno di 850 euro netti al mese.

La busta paga di altri 7,7 milioni, invece, non arriva a 1.200 euro. Nel frattempo, complici guerre e shock energetici, i prezzi salgono ed erodono il potere d’acquisto delle retribuzioni. E così non c’è da meravigliarsi se più del 18% dei residenti è a rischio povertà, mentre circa 78mila giovani abbandonano il Paese ogni anno. In tutto questo la politica che fa? «Si costerna, s’indigna, s’impegna», potremmo dire citando de André. Soprattutto si divide tra sostenitori del salario giusto e sostenitori del salario minimo, senza però rimediare alla stagnazione dei salari.

Il salario giusto è la novità introdotta dal governo Meloni attraverso il Decreto Primo Maggio, poi convertito in legge a fine giugno. Di che cosa si tratta? Di una retribuzione ancorata al Trattamento economico complessivo (Tec) individuato dai contratti collettivi nazionali firmati, per ciascun settore, dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative. In concreto, significa che uno stipendio è giusto se non inferiore ai minimi tabellari stabiliti dai contratti collettivi e che, di conseguenza, il lavoratore non può percepire una paga inferiore a quella soglia.

Il meccanismo è diverso da quello del salario minimo, sostenuto dal centrosinistra, in base al quale la legge definisce la retribuzione minima che il datore di lavoro è tenuto a corrispondere ai dipendenti per la prestazione svolta in una certa unità di tempo. In questa prospettiva, in tempi non sospetti le opposizioni hanno presentato una bozza in sette punti per introdurre un salario minimo legale di 9 euro l’ora. Una strategia che, con le dovute differenze, è stata adottata in 22 Paesi dell’Eurozona: in dieci di questi, gli stipendi sono inferiori a mille euro netti al mese, in altri sei oscillano tra mille e 1.400, nei restanti sei superano i 1.500 sfiorando addirittura i 2.700 nel caso del Lussemburgo.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: qual è la strategia migliore, tra salario giusto e salario minimo, per far aumentare gli stipendi dei lavoratori? La risposta, probabilmente, lascerà basiti: nessuna delle due o, al limite, entrambe. Siamo chiari: il problema della stagnazione dei salari non può essere affrontato utilizzando definizioni più o meno accattivanti. Presuppone innanzitutto l’individuazione delle cause che, nel corso degli ultimi trent’anni, hanno fatto sì che gli stipendi dei lavoratori italiani rimanessero al palo a differenza di quelli dei colleghi tedeschi o francesi.

Il primo problema è la bassa produttività del lavoro che, dal 1990 a oggi, in Italia è aumentata in Italia solo del 6% e in Germania del 25. Meno produttività significa meno margine per aumenti di salario, visto che le aziende non possono pagare di più lavoratori che non generano più valore. La seconda questione riguarda il modello della contrattazione collettiva: quello adottato nel 1993 in Italia è incapace di recuperare i picchi inflazionistici come quelli toccati in seguito alle guerre. Non a caso, secondo le ultime stime dell’Ocse, l’Italia è l’unico grande Paese europeo in cui l’inflazione ha prodotto una perdita permanente del potere d’acquisto e i salari reali sono inferiori di circa il 6% rispetto ai livelli registrati nel 2021.

In questo contesto non esiste una panacea. E di sicuro il “rimedio a tutti i mali” non può consistere nel solo salario giusto o nel solo salario minimo. La prima sfida è aumentare la produttività del tessuto economico, cioè integrare l’intelligenza artificiale nei processi industriali, investire nella formazione dei dipendenti, incoraggiare la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese, incentivare ricerca e sviluppo, adottare modelli aziendali flessibili per creare ambienti di lavoro orientati agli obiettivi. La seconda è inserire nei contratti collettivi clausole di garanzia che adeguino automaticamente le retribuzioni all’inflazione crescente. E, ovviamente, tagliare la spesa pubblica improduttiva in modo tale da ridurre il costo del lavoro e il carico fiscale soprattutto sul ceto medio.

Una volta fatto questo, si può stabilire che lo stipendio di un lavoratore non debba scendere al di sotto di una certa soglia. Così come si può determinare per legge la retribuzione oraria per quel 7% di lavoratori attualmente esclusi dalla contrattazione collettiva. Insomma, la risposta a un problema complesso come quello della stagnazione dei salari richiede soluzioni altrettanto complesse. A meno che non si voglia affrontare la questione a colpi di slogan, mentre il numero persone a rischio povertà e di giovani che emigrano continua ad aumentare spaventosamente.

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Direttore Editoriale - Articoli pubblicati: 217

Libero Professionista e Giornalista, impegnato oltre che sul fronte dei servizi e prestazioni connesse al tema della prevenzione degli infortuni in ambienti di lavoro, ha maturato una notevole esperienza nell’ambito delle relazioni sindacali, ed oggi è tra i fondatori di diverse realtà sindacali di carattere Nazionale.

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