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Sos degli imprenditori: “Serve la manodopera dei rifugiati”

Il decreto flussi non basta: bisogna coinvolgere le persone che sono già in Italia e che, solitamente, sono molto motivate a rifarsi una vita. Edilizia, turismo, servizi e agricoltura: ecco i settori che più ne hanno bisogno

Come fare, nel più breve tempo possibile, a colmare il mismatch offerta-domanda di lavoro? Le associazioni imprenditoriali, soprattutto nei settori dell’edilizia, del turismo, dei servizi e dell’agricoltura, una risposta ce l’hanno: “Serve la manodopera dei rifugiati”.

“Il 40% delle nostre cooperative ha problemi di manodopera a tutti i livelli. Vanno affrontati agendo sulla formazione, ma va anche costruita una politica per l’accoglienza dei richiedenti asilo che superi la soglia dell’emergenza. Essa deve essere diretta anche all’integrazione e all’inclusione lavorativa”: quest’appello arriva, in particolare, dal presidente di Legacoop Simone Gamberini.

E il decreto flussi? Esso,in realtà, stando agliimprenditori, stenta a dare una risposta sufficiente in quanto è appesantito da tempi e procedure che rendono loro la vita troppo difficile. Anche i cosiddetti “corridoi” che permettono di formare all’estero i lavoratori extracomunitari facendoli arrivare in Italia in aggiunta alle quote del decreto, faticano a decollare. Ecco, allora, perché l’attenzione di molte organizzazioni imprenditoriali si concentra sui rifugiati, che sono già in Italia, e quasi sempre vantano un grado altissimo di motivazione.

E quindi: questa crescente attenzione del mondo produttivo non è sfuggita all’UNHCR, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, che dal 2017 ha lanciato un ponte verso le imprese attraverso il programma We Welcome. Giunto quest’anno alla sesta edizione, finora, ha permesso la promozione di 30 mila percorsi d’inclusione lavorativa. Un numero che potrebbe ancora crescere, considerata la platea potenziale, costituita, dai dati del Ministero dell’Interno di fine 2023, da 161.500 rifugiati o titolari di un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria che è stato dato, ad esempio, ai circa 165 mila cittadini ucraini beneficiari della protezione speciale e a circa 147 mila richiedenti asilo.

L’UNHCR promuove anche altre iniziative in collaborazione con le principali agenzie di intermediazione: a ottobre, il Recruiting Day per rifugiati organizzato con Indeed ha messo in contatto oltre 1.000 potenziali lavoratori con oltre 50 imprese. Mentre insieme ad Adecco è stata lanciata lo scorso gennaio la piattaforma Welcome-in-one-click: tutte iniziative che facilitano l’incontro tra domanda e offerta.

Inoltre, il protocollo firmato nel maggio 2022 dall’allora ministro del Lavoro Andrea Orlando con Ance, Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil, è stato esteso a tutto il mondo dell’edilizia e punta alla formazione e all’inserimento lavorativo di 3 mila rifugiati: finora ne sono stati coinvolti 800, ma il numero, fa sapere il Ministero del Lavoro, potrebbe essere sottostimato. Del resto, la formazione non ha costi per lo Stato, perché si avvale delle scuole di Formedil, l’ente di settore. Un esempio virtuoso che potrebbe replicarsi facilmente in tutti i campi che possono avvalersi della “bilaterialità”, cioè di enti di formazione propri, diffusi su tutto il territorio nazionale.

Nell’agricoltura, ad esempio, che, secondo l’ultimo rapporto della Fondazione Migrantes, nel 2022, aveva la maggiore incidenza di lavoratori stranieri in Italia, quasi il 40%. Il problema è che, troppo spesso, nei campi, finiscono richiedenti asilo in attesa di risposta o che non hanno ottenuto alcun tipo di protezione, ma intendono comunque rimanere in Italia. Persone che non hanno dove andare e come vivere. E che, quindi, si adattano a vivere e a lavorare nei tanti ghetti della produzione e della raccolta agricola italiana.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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