L’età media dei lavoratori italiani si alza anno dopo anno. Tra soli tre anni, è stato calcolato che oltre 3 milioni di persone usciranno dal mercato del lavoro per raggiunti limiti d’età o per anzianità contributiva. Di questi 3 milioni di addetti, poco più di 1,6 milioni sono dipendenti del settore privato, 768.200 dipendenti pubblici e 665.500 lavoratori autonomi.
Ma chi li sostituirà? Di giovani, nel nostro Paese, ce ne sono sempre di meno. Negli ultimi 10 anni, le persone tra i 15 e i 34 anni sono diminuite di quasi 550 mila unità: è il risultato dell’inverno demografico che stiamo patendo già da tempo.
Ma tant’è: a lasciare saranno per lo più baby boomer. E per gli imprenditori, specie quelli delle regioni del Nord, trovare personale si profila come una missione quasi impossibile.
La soluzione sta negli immigrati? La Cgia non la pensa così. Certo, nel breve periodo, l’ingresso di nuovi extracomunitari può rappresentare uno strumento per affrontare questa sfida, ma solo a condizione di riuscire a preparare adeguatamente le persone nei Paesi di origine che intendono entrare in Italia.
In ogni caso, quello dell’invecchiamento della popolazione dei lavoratori è un problema che rischia di minare la tenuta dei conti del sistema pensionistico.
Per i prossimi decenni, le proiezioni di Istat e Mef indicano che l’incidenza della spesa previdenziale sul Pil nazionale subirà un aumento transitorio, passando dall’attuale 15,4% a un picco stimato intorno al 17% verso il 2040, per poi scendere gradualmente sotto il 14% entro il 2070.
Per la Cgia la questione va affrontata subito. Ma in che modo? Introducendo, ad esempio, la possibilità di aderire, su base volontaria, a un risparmio previdenziale nominativo presso l’Inps. È questa la carta principale su cui si vuole puntare.

