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Perchè in Italia c’è (quasi) solo lavoro povero?

La risposta dell'economista Tito Boeri dopo l'allarme del Governatore di Bankitalia: "La contrattazione collettiva è diventata uno strumento troppo lento davanti a cicli economici sempre più brevi. E c'è ancora chi ostacola quella decentrata parlando di gabbie salariali"

È vero che in Italia c’è più lavoro. Ma esso è sempre più povero. In realtà, questo fenomeno si manifesta non solo da noi. In tutta l’area euro, infatti, l’occupazione è salita, ma i salari orari reali sono scesi. Certo: dare una lettura univoca a un dato che mette insieme venti economie fra loro molto diverse è quasi impossibile. Però, il senso di fondo è incontrovertibile: il lavoro c’è, ma è sempre più a basso valore.

Focalizzandoci sul nostro Paese, tra il 2021 e il 2023, i prezzi sono aumentati del 15 per cento, i salari nominali del 6. I salari reali, dunque, sono scesi del 9 per cento.

Come è possibile nonostante la contrattazione collettiva?

Una risposta a questa domanda la dà l’economista Tito Boeri sostenendo che il problema sia proprio questo: la contrattazione nazionale collettiva non funziona più. I cicli dell’economia sono sempre più brevi, i tempi dei rinnovi sempre più lunghi. E questo, dopo che la pandemia ha fatto crollare e impennare il ciclo in pochi mesi, è sempre più evidente.

Insomma: troppi contratti, come abbiamo avuto modo di sottolineare, incapaci di dare risposte agli shock.

“C’è un numero eccessivo di contratti nazionali che spesso per essere rinnovati attendono anni”, sottolinea Boeri.

Sta di fatto che paradossalmente sono proprio i bassi salari a tenere alta l’occupazione. Il che, sul lungo termine, ha avuto modo di ricordare lo stesso Governatore di Bankitalia Fabio Panetta, rappresenta un danno all’economia.

Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Istat, nel 2021, le retribuzioni medie annue in Italia sono pari a 27 mila euro, rispettivamente il 23 e il 12 per cento in meno della media tedesca e dell’Unione a ventisette. Ogni anno, un lavoratore tedesco guadagna mediamente ottomila euro in più di un collega italiano.

Allora, che fare? Boeri sostiene che una delle soluzioni necessarie per costringere le imprese ad alzare le retribuzioni è l’introduzione di un salario minimo orario. “Ma il governo – spiega lo stesso economista – è andato in direzione opposta. L’idea che c’è dietro alla riforma del reddito di cittadinanza è pericolosa e dice più o meno questo: se sei in età lavorativa non puoi essere povero. Eppure i dati ci dicono che si può essere poveri anche lavorando, e senza la protezione dall’inflazione”.

In Italia, secondo Boeri, ci sono poi altri due problemi mai affrontati seriamente nemmeno dai sindacati.

Il primo: l’assenza di una legge sulla rappresentanza. “Se fosse introdotta, darebbe maggior dignità a contratti che possono diventare punto di riferimento per i sussidi alle imprese. Diversamente si firmano accordi di comodo che finiscono per abbassare le retribuzioni”.

Il secondo: la contrattazione decentrata, tuttora tabù per un pezzo della sinistra e del mondo sindacale. Su questo convergono la stragrande maggioranza degli economisti del lavoro: firmare accordi a livello territoriale e aziendale è uno dei modi più efficaci per avere risposte in busta paga ai cicli sempre più corti e rapidi dell’economia.

La Cgil sostiene la tesi che ciò creerebbe le condizioni per gabbie salariali dentro i confini nazionali. L’alternativa, avverte però Boeri, è proprio quella a cui stiamo assistendo: una recessione, una fiammata dell’inflazione, un calo altrettanto rapido dei prezzi grazie all’aumento dei tassi, e l’apertura dei tavoli di contrattazione quando il costo della vita è ridisceso di almeno la metà.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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