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Salari più alti? La chiave è sconfiggere inflazione e bassa produttività

Bisogna puntare su innovazione tecnologica, formazione del capitale umano, premi di risultato e welfare aziendale

C’è un dato, tra quelli recentemente diffusi dall’Eurostat, al quale l’opinione pubblica sembra essersi abituata. È quello delle persone a rischio povertà ed esclusione sociale. Se in Europa questo valore tocca il 16,3% della popolazione, in Italia arriva al 18,6. E – aspetto ancora più allarmante – comprende non solo i disoccupati, ma anche quelli che un lavoro ce l’hanno ma non riescono ad arrivare a fine mese. Sono tanti, anzi troppi, e aumentano costantemente. E non c’è nemmeno da meravigliarsene, se si pensa che tra 2019 e 2025 le retribuzioni hanno perso circa l’8% di potere d’acquisto e che in Italia il reddito familiare pro capite in termini reali è fermo ai livelli del 2010.

Alcuni hanno individuato le cause di questo fenomeno nei “contratti pirata” e nella mancanza di un salario minimo previsto per legge.

Ma è davvero così? La risposta è probabilmente un po’ semplicistica. Certo, l’esperienza degli ultimi decenni ci ricorda come molti contratti collettivi siano stati stipulati da sindacati e associazioni datoriali di comodo o scarsamente rappresentativi proprio allo scopo di abbassare artificialmente il costo del lavoro. Ciò si è tradotto, per i lavoratori che svolgono le mansioni coperte da quei contratti, in salari e tutele inferiori rispetto a quelli garantiti dagli accordi stipulati da parti sociali più rappresentative. Generalmente, però, i “contratti pirata” non intervengono sui minimi tabellari esistenti e, comunque, mantengono i minimi stabiliti dal contratto “principale”. Tutt’al più eseguono “limature” su altri istituti come permessi e mensilità aggiuntive, che da soli non spiegano il basso livello dei salari.

Quanto alla mancanza di un salario minimo previsto legale, la situazione è nota. Nonostante le sollecitazioni da parte delle opposizioni, il governo Meloni e il Cnel si sono sempre detti contrari. Recentemente, attraverso il Decreto Lavoro, l’esecutivo ha introdotto il “salario giusto”. Qual è la differenza tra i due? Il salario minimo si concretizzerebbe in un importo fisso e uguale per tutti indipendentemente dai contratti collettivi, mentre il salario giusto è un trattamento economico stabilito in base ai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni più rappresentative. Basterà il salario giusto a evitare che i lavoratori siano pagati meno del minimo previsto dai contratti nazionali? Si vedrà.

Ogni riflessione sui salari, però, rischia di rivelarsi fallace se non si analizzano due questioni. La prima è quella dell’inflazione che da anni erode il potere d’acquisto delle retribuzioni. E ciò accade perché la contrattazione collettiva non riesce a tenere il passo della corsa dei prezzi, soprattutto in fasi di shock come quella legata allo scoppio della guerra in Ucraina o quella attuale scatenata dal conflitto Usa-Iran. Vorrà pur dire qualcosa il fatto che, tra 2019 e 2025, l’occupazione in Italia è aumentata di circa il 7%, ma la situazione economica è migliorata solo per tre milioni di famiglie mentre per altre 12 è peggiorata. La seconda questione è l’incremento della produttività: legare a quest’ultimo l’aumento delle retribuzioni è l’unico modo per evitare che i maggiori costi del lavoro si traducano in ulteriore inflazione o perdita della competitività delle imprese.

In un simile contesto, puntare il dito verso i “contratti pirata” e la mancanza di un salario minimo legale è inutile. A un problema complesso come quello dei salari bassi vanno date risposte complesse. Il salario minimo sì, può essere utile per garantire retribuzioni adeguate ai lavoratori che svolgono mansioni non coperte da un contratto collettivo oppure difficili da regolamentare. Si tratta di meno del 10% del totale dei lavoratori, che però comprende i rider e altre figure molto diffuse che percepiscono retribuzioni misere e operano senza adeguate tutele.

Per il resto, non si può che rafforzare la contrattazione collettiva. Magari inserendo in tutti gli accordi la clausola di garanzia che adegua le retribuzioni all’inflazione in modo automatico, senza attendere che le parti sociali firmino il rinnovo. Bene anche il taglio delle tasse, a patto che gli scaglioni dell’Irpef siano indicizzati all’inflazione così da neutralizzare il fiscal drag. Infine, per incrementare la produttività, è necessario investire su innovazione tecnologica, formazione del capitale umano, premi di risultato e welfare aziendale. A meno che non si voglia veder aumentare ancora quel 18,6% di persone a rischio povertà ed esclusione sociale.

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Direttore Editoriale - Articoli pubblicati: 210

Libero Professionista e Giornalista, impegnato oltre che sul fronte dei servizi e prestazioni connesse al tema della prevenzione degli infortuni in ambienti di lavoro, ha maturato una notevole esperienza nell’ambito delle relazioni sindacali, ed oggi è tra i fondatori di diverse realtà sindacali di carattere Nazionale.

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