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Salari bassi, come reagire al fallimento del sistema produttivo italiano

È evidente la necessità di migliorare la produttività integrando l'AI nei processi industriali, investendo nella formazione e incentivando la ricerca

Ogni giorno migliaia di lavoratori italiani chiedono un aumento di stipendio. Il che sarebbe normale se lo facessero per migliorare il proprio tenore di vita e non solo per difendere quel poco che hanno già. Questa immagine sintetizza meglio di qualunque altra il fallimento del modello di sviluppo del nostro Paese. Un flop che il livello medio delle retribuzioni, fermo a trent’anni fa, ha reso evidente.
Secondo l’Ocse, in Italia le retribuzioni lorde per dipendente, valutate al netto dell’inflazione, si attestano sugli stessi livelli registrati negli anni Novanta. Nello stesso arco di tempo, la media di quelle retribuzioni nei Paesi dell’Ocse è cresciuta del 32,5%. Non solo: secondo l’Eures, nel 2023 il salario lordo medio mensile nel nostro Paese era di circa 2.800 euro contro una media continentale di 3.400. I lavoratori italiani guadagnano meno non solo di quelli tedeschi e francesi, ma anche di quelli polacchi e turchi. E nel 2024 anche la Spagna, con cui l’Italia si è confrontata per decenni in una “gara al ribasso salariale”, ci ha superato nella classifica dello stipendio medio annuo.

A questo fallimento ha contribuito una lunga serie di fattori, il primo dei quali è la bassa produttività. Negli ultimi trent’anni, infatti, la produttività oraria del lavoro è aumentata in Italia solo del 6%. In Germania, invece, è cresciuta di 25 punti, sia prima sia dopo la crisi dei debiti sovrani. E meno produttività vuol dire meno margine per aumenti di salario, visto che le aziende non possono pagare di più lavoratori che non generano più valore.

Altro fattore è l’inflazione. Negli anni Novanta l’Italia ha detto addio alla cosiddetta scala mobile, sistema che agganciava automaticamente i salari al livello dei prezzi, ed è entrata nell’Euro, dove si è dovuta confrontare con le regole del mercato unico. In Germania, Francia e Spagna questi cambiamenti sono stati gestiti con politiche attive di sostegno alle retribuzioni e sistemi contrattuali più reattivi. In Italia, invece, tutto ciò è mancato.

Anzi, il nostro Paese è rimasto ancorato al modello di contrattazione collettiva instaurato nel 1993 con l’accordo tra governo Ciampi e parti sociali e oggi incapace di recuperare i picchi inflazionistici. Nella definizione dei salari, infatti, i contratti collettivi nazionali fanno riferimento all’inflazione programmata che, soprattutto quando si verificano “fiammate” dei prezzi come quella scatenatasi con la guerra in Ucraina nel 2022, è sempre più bassa di quella effettiva. Risultato: secondo l’Istat, tra 2019 e 2024 le retribuzioni contrattuali hanno perso il 10,5% del loro valore, dopo il picco del 15 registrato nel 2022.

E poi c’è il tema del salario minimo. Già, perché la contrattazione collettiva copre oltre il 90% dei rapporti di lavoro. Circa il 7%, però, resta escluso pur comprendendo figure professionali oggi molto diffuse come i rider. Vuol dire che questi lavoratori, al pari di molti altri, sono sprovvisti di un accordo che li tuteli per quanto riguarda la retribuzione. Percepiscono salari inferiori a qualsiasi minimo tabellare previsto per altre categorie e, come se non bastasse, sono ancora più esposti ai picchi dell’inflazione. Un elemento, questo, che concorre alla dinamica salariale bassa presente in Italia.

Come si inverte la tendenza? Innanzitutto legando l’aumento delle retribuzioni a quello della produttività, unico modo per evitare che i maggiori costi del lavoro si traducano in ulteriore inflazione o perdita della competitività delle imprese. Migliorare la produttività significa integrare l’intelligenza artificiale nei processi industriali per velocizzare elaborazione dei dati e produzione, investire in corsi di aggiornamento per i dipendenti così da allineare le loro competenze alle esigenze del mercato, incoraggiare la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese per metterle in condizione di competere con i colossi stranieri, incentivare ricerca e sviluppo per offrire servizi e prodotti ad alto valore aggiunto, adottare modelli aziendali flessibili per creare ambienti di lavoro orientati agli obiettivi.

Quanto allo Stato, vincere la sfida della competitività significa non solo sostenere le imprese in investimenti tecnologici e valorizzazione del capitale umano, ma anche snellire la burocrazia, digitalizzare i servizi, ridurre i tempi di risposta, introdurre nei contratti collettivi clausole di salvaguardia che prevedano l’adeguamento immediato delle retribuzioni al maggiore livello dei prezzi, stabilire un salario minimo legale per le categorie escluse dalla contrattazione. Insomma, va ripensato l’intero modello di sviluppo del Paese. Perché, se il lavoro non garantisce più sicurezza economica, il problema non riguarda il singolo contratto o la singola categoria. E continuare a discutere di salari bassi senza assumersi responsabilità collettive equivale ad accettare che il lavoro perda progressivamente il suo valore.

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Direttore Editoriale - Articoli pubblicati: 211

Libero Professionista e Giornalista, impegnato oltre che sul fronte dei servizi e prestazioni connesse al tema della prevenzione degli infortuni in ambienti di lavoro, ha maturato una notevole esperienza nell’ambito delle relazioni sindacali, ed oggi è tra i fondatori di diverse realtà sindacali di carattere Nazionale.

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