Ieri, 28 luglio, è stato presentato il “Dossier natalità 2026: volere o potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con Istat e con il patrocinio dell’Inps.
Nel 2025, è arrivato il nuovo minimo storico di nascite, solo 355mila, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna.
Continuiamo a essere, quindi, nel pieno dell’inverno demografico. Ma perché?
Oltre 6 italiani su 10 in età feconda dichiarano di aver rinunciato ad avere altri figli a causa degli ostacoli economici e sociali: questo è il punto. Anche perché per appena il 5,5% la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita.
Secondo il report, oltre 2,8 milioni di italiani mettono al primo posto tra le cause della rinuncia ad avere figli le difficoltà economiche e lavorative. Lo dimostra anche un altro dato: se le intenzioni di fecondità dichiarate dalle donne italiane si fossero concretizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760mila bambini, più del doppio di quelli effettivamente venuti alla luce l’anno passato.
Il quadro tracciato dal rapporto, inevitabilmente, darà inizio a nuove polemiche.
Del resto, un recente rapporto Inps è stato netto: la denatalità non si combatte soltanto con i bonus e lo smart working. I trasferimenti economici possono aiutare le famiglie e, in alcuni casi, favorire nuove nascite, ma rischiano di non bastare se non vengono accompagnati da servizi reali e da un’organizzazione del lavoro più compatibile con la vita familiare.
L’Inps ha sottolineato come misure come il Bonus asilo nido e il lavoro da remoto incidano direttamente sulla possibilità delle madri di restare nel mercato del lavoro, riducendo la penalizzazione economica legata alla maternità.
La sfida della natalità passa attraverso nidi accessibili, smart working, ma anche salari adeguati e servizi capaci di sostenere davvero la genitorialità.

