Diciamoci la verità, le istituzioni italiane non se la passano proprio bene. Se si escludono il presidente della Repubblica e le forze dell’ordine, quasi tutte accusano un forte calo di fiducia da parte dei cittadini. È il caso dei partiti politici, certo. I sindacati, però, non sono un’eccezione e il fatto che il loro gradimento resti abbondantemente sotto la soglia del 50% impone una riflessione sul ruolo che hanno svolto finora e su quello che saranno chiamati a interpretare in futuro per essere all’altezza delle sfide di un mercato del lavoro sempre più competitivo e complesso.
Per la verità, il Rapporto Italia presentato nei mesi scorsi dall’Eurispes certifica un leggero rialzo della fiducia dei cittadini verso i sindacati, passata dal 38,6 al 41,6% tra 2025 e 2026. Le sigle, tuttavia, restano tra gli enti e le istituzioni con un gradimento al di sotto del 50%. In precedenza, l’istituto Ipsos aveva calcolato un crollo della fiducia dei cittadini verso i sindacati, scesa dal 48 al 30% tra 2007 e 2017.
Non solo: Ipsos aveva osservato un calo di addirittura nove punti tra 2013 e 2017, che costituiva un implicito giudizio negativo nei confronti di sindacati ritenuti incapaci di opporsi alle riforme sostenute dal governo Renzi. Successivamente, durante la pandemia, sempre Ipsos aveva osservato un aumento della fiducia verso i sindacati fino al 38%. Il motivo era chiaro: nei periodi di crisi ci si stringe alle “bandiere” e i lavoratori avevano apprezzato l’impegno delle sigle per il blocco dei licenziamenti, il finanziamento degli ammortizzatori sociali e il sostegno allo smart working. Eppure, anche subito dopo il Covid, soltanto il 20% degli intervistati esprimeva un giudizio positivo sui sindacati.
Se i dati sul gradimento vengono letti insieme con quelli delle iscrizioni, si comprende come i sindacati italiani vivano da anni un lento e inesorabile declino. Il fenomeno è comune all’intero Occidente e ha molteplici cause: il tramonto dell’impresa di tipo fordista, la personalizzazione dell’incontro fra domanda e offerta di manodopera e della negoziazione delle condizioni di lavoro, la globalizzazione dei mercati, la concorrenza tra lavoratori di continenti diversi. In Italia, come ha osservato il giuslavorista Pietro Ichino, si aggiungono il dualismo tra protetti dal sindacato ed esclusi e la divisione di natura politica tra le tre principali organizzazioni. Il “colpo di grazia”, infine, è arrivato dal processo di integrazione europea: nel momento in cui si riduce l’autonomia del governo nazionale in materia di aiuti di Stato, imposizione fiscale su imprese e lavoratori, politiche monetarie e investimenti pubblici, si restringe inevitabilmente anche il margine di azione di un sindacato confederale che per sessant’anni è stato costruito prevalentemente intorno alla contrattazione di livello nazionale.
Insomma, il perimetro entro il quale il sindacato ha operato per decenni – la fabbrica, il pubblico impiego, la contrattazione collettiva nazionale – è andato in frantumi. Ed è cresciuto un proletariato urbano e digitale formato da driver della logistica, operatori dei call center, lavoratori delle cooperative sociali e giovani della gig economy, senza dimenticare l’esercito delle partite Iva spurie. Per loro, le categorie tradizionali del confronto sindacale risultano spesso inefficaci. E sono ancora più inefficaci in un mondo del lavoro dove la tecnologia dilaga e l’intelligenza artificiale rischia addirittura di soppiantare le persone. Se questo è il contesto, il calo della fiducia dei cittadini verso i sindacati non può e non deve meravigliare.
Vuol dire che certe organizzazioni non hanno più futuro? No, e anche i lavoratori ne sono consapevoli. La stragrande maggioranza di loro, pur nutrendo scarsa o scarsissima fiducia nei confronti delle sigle, continua a ritenerle indispensabili per difendere diritti e migliorare le condizioni di lavoro. Ma per “riconquistare” gli italiani il sindacato deve compiere un salto di qualità, il che vuol dire innanzitutto smetterla di aspettare i lavoratori dentro le sedi storiche o i cancelli delle fabbriche. Serve, cioè, un “sindacato di strada” con camere del lavoro flessibili, capaci di intercettare chi opera in mobilità o da remoto, e sportelli di primo soccorso legale e contrattuale, in grado di unire tutela individuale e ricostruzione di un’identità collettiva.
Quanto alle rivendicazioni, è indispensabile impegnarsi per costruire una “rete di protezione” per i lavoratori a basso reddito e meno tutelati, per far sì che i contratti collettivi di lavoro scaduti da tempo vengano rinnovati, per ottenere l’introduzione di un salario minimo legale per le categorie escluse dalla contrattazione, per centrare l’obiettivo del riequilibrio dei carichi fiscali e per avere finalmente un’attenta regolamentazione degli appalti pubblici e privati. Non da ultimo, in tempi di “rivoluzione tecnologica”, il sindacato deve sviluppare competenze per contrattare la trasparenza degli algoritmi che organizzano e spesso retribuiscono il lavoro, oltre che adottare un linguaggio comprensibile da tutti, a cominciare dai tanti stranieri che arrivano in Italia in cerca di occupazione.
In conclusione, o il sindacato cessa di essere burocratico, corporativo e autoreferenziale o la fiducia dei lavoratori nei suoi confronti continuerà a diminuire: una fiducia indispensabile per organizzazioni che devono godere di sufficiente forza e legittimazione per riequilibrare i rapporti tra chi lavora e chi dispone dei mezzi di produzione, difendere i diritti, garantire tutele reali ed equità sociale, affermare quotidianamente il valore del lavoro e della rappresentanza democratica.

