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Dal lordo al netto, dove finiscono i soldi della busta paga

Come succede che la retribuzione del lavoratore si assottigli tanto?

La scena, di solito, è questa. Si guarda la busta paga, si legge la cifra dello stipendio lordo e si sorride. Poi si scende, si scorre una serie di numeri e, quando si arriva allo stipendio netto, il sorriso cede il passo alla delusione perché la cifra è notevolmente inferiore. Ed è quest’ultima, non la prima, a essere accreditata sul conto corrente. Possibile? Come succede che la retribuzione del lavoratore si assottigli tanto? La “colpa” è delle tasse e dei contributi che vanno versati allo Stato.
Per comprendere questa dinamica, bisogna partire dallo stipendio lordo. A comporlo sono il minimo contrattuale, eventuali aumenti e straordinari, festivi lavorati, scatti di anzianità e magari la tredicesima. È dalla somma di queste voci che nasce il “mega stipendio” che inizialmente suscita un sorriso soddisfatto nel lavoratore.
Peccato che a quella cifra si debbano sottrarre le tasse. Prima fra tutte l’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche che si paga per il semplice fatto di aver lavorato e guadagnato in un certo periodo di tempo. Ovviamente la somma da versare non è uguale per tutti. L’Irpef, infatti, è regolata in tre scaglioni: chi incassa fino a 28mila euro paga il 23%; chi ne guadagna tra 28.001 e 50mila paga il 33%; chi ne percepisce più di 50mila paga il 43%.
Ma il lavoratore non deve pagare solo l’Irpef allo Stato centrale. Nella busta paga, infatti, figurano anche le addizionali destinate alla Regione e al Comune di residenza. La “mazzata finale”, poi, arriva dalla quota di contributi da versare per finanziare pensioni e welfare: per la maggior parte dei dipendenti privati la trattenuta è pari al 9,19% dell’imponibile previdenziale e risulta dal cedolino, mentre a carico dell’azienda resta una cifra tra il 23 e il 30% che non emerge dalla busta paga.
La differenza tra stipendio lordo e stipendio netto equivale grosso modo al cosiddetto cuneo fiscale: un valore importante tanto per il dipendente, al quale lo Stato trattiene gran parte della retribuzione, quanto per le aziende, che devono fare i conti con un elevato costo del lavoro. Un cuneo fiscale particolarmente alto, infatti, ha il duplice effetto di ridurre il potere d’acquisto del lavoratore e di rendere le aziende meno competitive.
In Italia il cuneo fiscale raggiunge il 45,8%, il quinto valore più elevato tra i Paesi aderenti all’Ocse. Significa che, se la retribuzione lorda è pari a 100 euro, 45,8 se ne vanno in tasse e contributi. Al lavoratore resta quindi poco più della metà, cioè 54,2. Negli altri Paesi dell’Ocse, il cuneo si attesta in media al 35,1% e, in realtà come il Cile, non raggiunge nemmeno gli otto punti.
A questo punto è lecito domandarsi dove vada a finire quella metà di retribuzione lorda che il datore di lavoro è tenuto a pagare ma che non arriva nelle tasche del lavoratore. Questo “doppio sacrificio” copre gran parte del welfare statale. Serve, cioè, a garantire pensioni, cassa integrazione, indennità di disoccupazione e maternità. Senza dimenticare che, attraverso l’Irpef, lo Stato finanzia servizi pubblici come la sanità e l’istruzione.
Il cuneo fiscale, dunque, è un “sacrificio necessario”. Ma resta pur sempre un sacrificio, soprattutto in un contesto caratterizzato da stipendi bassi e stagnanti come quello italiano. Perciò la politica vuole ridurlo, in modo tale da aiutare le aziende a incrementare gli stipendi dei lavoratori. Lo ha fatto il governo Draghi, quando occorreva proteggere i redditi dall’inflazione scatenata dalla guerra in Ucraina. Lo ha fatto anche il governo Meloni potenziando e rendendo stabile il taglio del cuneo fiscale.
Si tratta di misure utili, ma non risolutive. Occorre neutralizzare il fiscal drag, indicizzando gli scaglioni dell’Irpef all’inflazione; rinnovare i contratti collettivi, in modo tale da ritoccare verso l’alto le retribuzioni di molte categorie di lavoratori; incrementare la produttività delle imprese, favorendone le aggregazioni e gli investimenti in tecnologia. Solo così i lavoratori vedranno aumentare la cifra dello stipendio netto. E sorrideranno di più.

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Direttore Editoriale - Articoli pubblicati: 221

Libero Professionista e Giornalista, impegnato oltre che sul fronte dei servizi e prestazioni connesse al tema della prevenzione degli infortuni in ambienti di lavoro, ha maturato una notevole esperienza nell’ambito delle relazioni sindacali, ed oggi è tra i fondatori di diverse realtà sindacali di carattere Nazionale.

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