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Part-time, più che opportunità un modo di arrangiarsi

Secondo la Cgil, questo tipo di contratto non è una scelta ma una imposizione in oltre il 50% dei casi. E per questo Landini & co. lanciano la campagna "La precarietà ha troppe facce. Combattiamola insieme"

Se è vero che l’occupazione, in Italia, è a livelli record, resta la piaga del lavoro povero e poco stabile. Lo testimonia il fatto che quasi un lavoratore italiano su cinque ha un contratto part time. Sintomo non sempre di flessibilità buona, di conciliazione tra vita privata e impegno professionale, ma troppo spesso di lavoro parziale involontario.

Lo denuncia la Cgil, collocando questo fenomeno al 57,9%, la quota più alta di tutta l’Eurozona. Ecco perché, allora, il sindacato di Maurizio Landini ha appena lanciato la campagna “La precarietà ha troppe facce. Combattiamola insieme”: l’obiettivo è quello di smascherare tutte le situazioni in cui il contratto a tempo parziale viene imposto, senza lasciare al lavoratore neanche la possibilità di integrare il salario, sempre troppo basso, con un secondo impiego.

“A fronte di alcuni lavoratori che scelgono il part time – sottolinea la Cgil – la realtà evidenzia come per la stragrande maggioranza esso sia involontario, subìto. Anzi: le condizioni di estrema flessibilità nell’uso degli orari rendono i lavoratori persone che si devono adattare al ciclo e agli orari delle aziende: l’esatto contrario di ciò che sarebbe un part time correttamente applicato”.

Ma non è tutto, tant’è che la Cgil continua così: “Come emerge anche dall’attività ispettiva condotta dall’Inail, in un rapporto regolarizzato a part time spesso si nasconde un full time irregolare. Le ore che eccedono quelle previste dal contratto di lavoro, a volte, vengono retribuite in nero, e spesso neanche per intero”.

A lanciare l’allarme anche la Cisl, che nel Report Lavoro di marzo rileva un’inversione di tendenza negativa nel quarto trimestre 2023: se nel periodo precedente la crescita si era concentrata esclusivamente sul tempo pieno, nel quarto trimestre, la tendenza si è invertita. E quindi, nel confronto con il quarto trimestre 2022, i contratti part time crescono del 3,4%, mentre quelli a tempo pieno del 2%.

I lavoratori a tempo parziale arrivano così a 4,3 milioni, ma con una incidenza molto diversa sul totale degli occupati per gli uomini (7%) piuttosto che per le donne (31,1%). Con l’aggravante che anche le donne che scelgono volontariamente il part time lo fanno perché è spesso l’unico strumento di conciliazione in un Paese che offre pochi servizi per l’infanzia e un numero estremamente limitato di scuole a tempo pieno.

Ma a quanto ammonta la retribuzione media annua di un lavoratore part time? Stando ai calcoli della Cgil, 11.451 euro, cifra ancora più bassa nel Mezzogiorno. Ma se all’orario ridotto si aggiunge anche il contratto a tempo determinato, e quindi l’occupazione discontinua, il salario lordo medio annuo si riduce a 6.267 euro.

I lavoratori poveri diventano poi per forza anche pensionati poveri e, soprattutto, pensionate povere, e si sposta molto più avanti il momento in cui è possibile ritirarsi dal lavoro. Ecco perché i sindacati chiedono da tempo l’introduzione di una pensione di garanzia, e anche il superamento, per i part time, del minimale contributivo necessario al raggiungimento dell’anzianità previdenziale.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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