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Lo strano caso dell’economia italiana: occupazione in crescita ma Pil al palo

C'è da chiedersi fino a quando potrà sussitere questa divergenza. E Intesa Sanpaolo una risposta ce l'ha

Per il mercato del lavoro, dopo l’incremento dell’1,9% degli occupati registrato nel 2023, Intesa Sanpaolo prevede per il 2024 un rallentamento della crescita dell’occupazione verso l’1,3% e intorno allo 0,7% nel 2025. Sta di fatto che anche per quest’anno, dall’occupazione si attende una performance migliore del Pil: nelle stime, quest’ultimo dovrebbe crescere solo dello 0,7%. Come si spiega?

Anzitutto, stando allo studio di IntesaSanpaolo, con la composizione settoriale: a trainare la ripresa sono settori ad alta intensità di manodopera e bassa produttività e meno colpiti dalla crisi energetica, ossia i servizi e le costruzioni. Anche l’industria, fino al terzo trimestre, ha mostrato una tenuta dell’occupazione. I principali macrosettori, poi, ad eccezione dell’agricoltura, hanno recuperato i livelli pre-Covid: fatto 100 il livello di occupati del 2019, spicca il dato delle costruzioni che, con il traino del Superbonus del 110%, sono arrivate nell’area 115-120. Ma le dinamiche settoriali della produttività per ora lavorata sono negative in tutti i comparti (il dato peggiore è nei servizi privati).

Un altro fattore che ha contribuito alla buona performance dell’occupazione, poi, è la corsa delle imprese ad accaparrarsi la forza lavoro ricercata: “Molte aziende lamentano difficoltà nel reperire i profili cercarti – spiega Andrea Volpi, senior economist della Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo – Anche in un contesto di rallentamento del ciclo economico, gli imprenditori hanno preferito mantenere i livelli occupazionali, ricorrendo magari alla cassa integrazione, per paura in una fase di ripresa di trovarsi impreparati alla ripartenza per mancanza della manodopera specializzata”.

Nell’industria, infatti, si è assistito a un calo delle ore lavorate, ma a un mantenimento dei livelli occupazionali. Mentre nei servizi privati le ore lavorate sono aumentate più degli occupati anche in ragione della difficoltà di reperire manodopera.

Altro elemento da considerare: le imprese hanno potuto mantenere i livelli occupazionali beneficiando del basso costo del lavoro; i profitti sono cresciuti più dei salari per gran parte del periodo post pandemico.

E comunque: malgrado le prospettive del mercato del lavoro restino ancora positive per il 2024, se allarghiamo lo sguardo oltre i confini, c’è da dire che il nostro tasso di occupazione di dicembre al 61,9% è circa 16 punti percentuali sotto quello della Germania, ma che anche dalla Spagna ci distanziano circa 4 punti.

Perchè? Secondo Intesa Sanpaolo, paghiamo un alto prezzo per la bassa partecipazione al mercato del lavoro di donne e giovani. Vanno poi considerate le sfavorevoli tendenze demografiche, come la progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa, essendo, il nostro, uno dei Paesi più anziani e dove l’immigrazione netta non riesce ad invertire questo dato.

Con lo sguardo al futuro, l’attuazione del Pnrr potrebbe rappresentare un ulteriore sostegno per le assunzioni, ma sono richieste competenze molto specializzate soprattutto nel digitale e nella transizione ecologica. La maggior parte dei posti di lavoro generati dal Pnrr sarà concentrata nei settori delle costruzioni, del commercio, del turismo e dei servizi privati avanzati che lamentano difficoltà nel reperire le competenze adeguate.

Nel periodo 2023-2027 il fabbisogno occupazionale nel privato potrebbe attestarsi intorno a 2,9 milioni (per la maggior parte con formazione secondaria tecnica), mentre si stima un fabbisogno di 700 mila lavoratori nel pubblico (soprattutto laureati). Allora, stando a Intesa Sanpaolo, un ruolo fondamentale lo giocheranno le università (siamo fanalino di coda per laureati), gli Its e un vecchio nostro tabù: la capacità di far incontrare la formazione scolastica con il mondo produttivo.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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