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In Italia l’occupazione aumenta. Ma non fa uscire dalla povertà

Lo confermano gli ultimi dati Istat secondo cui ben 6 milioni di nostri connazionali sono sotto la soglia della sopravvivenza. Che fare allora? La risposta della sociologa dell'Università di Torino Marianna Filandri

La povertà nel nostro Paese rimane ampiamente diffusa. Stando ai recenti dati Istat, nel 2023, in Italia, quasi una persona su dieci è povera in termini assoluti. A questi dati drammatici fanno da contraltare quelli dell’aumento dell’occupazione col numero record di occupati che ha superato i 23, 7 milioni, cifra che non era mai stata raggiunta da quando esistono le serie storiche Istat dal 1977.

Ma come è possibile che all’aumentare dell’occupazione non corrisponda una diminuzione della povertà assoluta? A questa domanda ha risposto, sulle pagine de La Stampa, Marianna Filandri, docente di sociologia presso l’Università di Torino.

“Le ragioni sono molte, qui possiamo ricordarne tre. La prima è relativa al fatto che l’aumento dell’occupazione non ha comportato la scomparsa della disoccupazione o dell’inattività. Detto altrimenti, in 12 mesi, dal 2022 al 2023, l’aumento dell’occupazione è stato in media di 450 mila unità, tuttavia i disoccupati sono diminuiti, sempre in media, di solo circa 90 mila persone. Anche il numero di inattivi si è ridotto, ma è rimasto altissimo con 12,3 milioni a fine 2023. La seconda ragione riguarda il fatto che non sempre il lavoro basta per uscire dalla povertà. Da un lato, infatti, ci sono i buoni lavori, ben pagati, a tempo pieno e stabili. Dall’altro lato, ci sono molti cattivi lavori, a basso salario, per poche ore e a tempo determinato. In quest’ultima circostanza, essere occupati non basta per uscire dalla povertà e possiamo pensare sia il caso del recente aumento dell’occupazione. Secondo Istat, infatti, la povertà da lavoro è aumentata nell’ultimo anno e ha riguardato tra i nuclei con una lavoratrice o un lavoratore dipendente oltre un milione e 100 mila famiglie, 150 mila in più del 2022. La terza ragione, infine, ha a che fare con l’inflazione. I costi che deve affrontare una famiglia per soddisfare i bisogni primari che definiscono la povertà assoluta sono accresciuti per effetto dell’aumento dei prezzi. Istat calcola infatti un aumento della spesa per le famiglie, spesa che però diminuisce in termini reali. Cosa significa? Le persone povere spendono di più ma hanno meno. Inoltre, l’inflazione dei beni e dei servizi non ha riguardato i salari che sono calati in termini reali in misura marcata, soprattutto per chi già guadagnava poco”.

Cosa fare allora di fronte a questo scenario? La professoressa Filandri indica almeno due linee di intervento da perseguire: “La prima riguarda la regolazione del mercato del lavoro ed è relativa all’aumento dei salari soprattutto più bassi e a una limitazione del ricorso delle posizioni a termine. La seconda riguarda il contrasto diretto della povertà. È vero che non si può cancellare per decreto ma non serve alcuna innovazione tecnologica per sconfiggerla. I soldi sono facilissimi da trasferire: è sufficiente darli a chi non ne ha o ne ha pochi. Piuttosto serve la volontà politica. Le risorse pubbliche sono sempre limitate ma c’è una responsabilità nell’allocarle. Tuttavia – conclude la sociologa – ridurre il sostegno ai nuclei in difficoltà indica che la povertà non è considerata un problema prioritario. E neppure sembra esserlo il garantire buone condizioni di lavoro”.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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