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Perchè le donne islandesi scioperano

Oggi la manifestazione per protestare contro la violenza e il gender pay gap: due fenomeni correlati tra loro perchè, senza emancipazione lavorativa, si è più soggette alle ingiustizie. Ancora come 48 anni fa, quando a Reykjavik il gentil sesso incrociò per la prima volta le braccia

Esattamente 48 anni dopo la prima volta, era il 24 ottobre 1975, le donne fermano di nuovo l’Islanda. Proprio così: oggi è un altro 24 ottobre destinato a scrivere la storia a Reykjavik e dintorni. Le donne e le persone non binarie hanno promosso uno sciopero generale per protestare contro la violenza di genere e le disparità di retribuzione salariale. E si tratta, appunto, del primo sciopero di questo tipo dal 1975, quando in Islanda venne organizzato una mobilitazione nazionale di tutte le donne del Paese per rimarcare il loro apporto fondamentale all’economia e alla società.

Quasi 50 anni dopo, la platea di partecipanti si è allargata ancora di più. Ma, c’è da dire, le ragioni della protesta restano le stesse. Le trenta organizzazioni che hanno preso parte alla campagna hanno incassato, tra l’altro, anche il sostegno della prima ministra Katrin Jakobsdottir. Ora, contano di mettere in campo un’azione di profondo impatto politico. Del resto, sono riuscite ad interrompere sia il lavoro retribuito che quello domestico e di cura, che per consuetudine ricadono di più sulle spalle delle donne.

“La violenza contro le donne e il lavoro sottopagato sono due facce della stessa medaglia e hanno effetto l’una sull’altra”, ha spiegato al Guardian Drifa Snaedal, una delle organizzatrici della protesta. Un’importante precisazione che sottolinea il rapporto tra violenza di genere e emancipazione economica. Un dato evidenziato anche durante la pandemia da Covid-19, quando i lockdown hanno causato un’ulteriore insorgenza della violenza domestica.

Per questo, il contrasto alla violenza di genere è al centro delle istanze che le donne portano nelle strade islandesi, assieme alla parità retributiva e salariale. Secondo il report sul divario di genere compilato ogni anno dal World Economic Forum, in Islanda, più di una donna su tre ha subito violenza nella propria vita e, nonostante il Paese sia tra i più vicini al raggiungimento della parità di genere, il divario in alcune professioni sarebbe ancora a circa il 21%.

Una condizione che perdura nonostante una legge del 2017 imponga alle società e alle aziende di certificare l’uguaglianza degli stipendi tra uomini e donne a parità di mansioni lavorative.

La richiesta delle organizzazioni è quindi che sia sancito l’obbligo di rendere pubblici gli stipendi nei settori dove si ha una maggioranza di lavoratrici femminili, come quello assistenziale e delle pulizie, dove gli stipendi sarebbero significativamente più bassi.

Nel 1975, durante quello che è stato chiamato il “kvennafri”, cioè il “giorno libero delle donne”, circa il 90% della popolazione femminile del Paese incrociò le braccia. Fu una data storica che cambiò completamente l’approccio politico alla questione femminile, innescando una lunga stagione di riforme. Cinque anni dopo, nel 1980, la popolazione elesse la sua prima presidente donna, Vigdis Finnbogadottir, che fu anche la prima donna al mondo a essere scelta in modo democratico come Capo di Stato. Vedremo le conseguenze di questa seconda edizione.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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