1 visualizzazione 4 min 0 Commenti

Ecco perché uno stipendio di oggi vale meno di quello di trent’anni fa

Lo studio dell'Ufficio parlamentare di bilancio che ha messo in correlazione salari e modifiche Irpef

Questa volta l’ammissione – per così dire – arriva dall’Ufficio parlamentare di bilancio: da oltre trent’anni, i salari italiani non crescono, consentono un potere d’acquisto sempre minore.

In tempi di salari giusti o minimo, è la classica lingua che batte dove il dente duole. Nel settore privato, i dipendenti hanno subito negli ultimi tre decenni un calo in termini reali del 6,6%.

C’è solo una categoria che più o meno è riuscita a sfuggire a questa morsa: quella costituita dalle persone a reddito medio basso, ma solo perché hanno potuto beneficiare delle riforme dell’Irpef.

Fatto sta che anche questo strumento sembra proprio aver esaurito la sua spinta propulsiva.

“Ha margini oramai limitati”, ha evidenziato lo stesso Ufficio parlamentare di bilancio. Cosa significa?  Che il suo modello redistributivo, che pesa sui redditi medio alti e presenta disparità di trattamento fra categorie, andrebbe cambiato a favore di uno più orientato alla spesa.

Ma tant’è: lo studio dell’Upb, l’ufficio parlamentare di bilancio, ha passato in rassegna i salari dal 1990 al 2026 e gli effetti in questi anni delle modifiche all’Irpef. L’organismo indipendente presieduto da Lilia Cavallari ha sviluppato una metodologia che permette di scomporre contributo delle riforme, fiscal drag e capacità redistributiva dell’Irpef. E di certo ha evidenziato come in questi anni la diffusione del lavoro a tempo parziale e la crescente segmentazione del mercato del lavoro per settore, tipologia contrattuale e qualifica, hanno accentuato la dispersione delle retribuzioni lorde.

La situazione, ricorda l’Upb, è stata affrontata mettendo mano all’Ipef (specialmente in due occasioni, nel 2014 e nel 2025) riducendo il prelievo sui redditi da lavoro dipendente bassi e medi. Tuttavia per i redditi più elevati il carico effettivo è aumentato, soprattutto per effetto del drenaggio fiscale legato alla mancata indicizzazione dei parametri dell’imposta. L’indice di redistribuzione è così più che raddoppiato, passando da 0,028 a 0,065, un aumento attribuibile per larga parte proprio all’intervento sull’Irpef.

Si tratta tuttavia, come già accennato, di un modello, che ormai mostra tutti i suoi limiti. Oltre al maggior carico sui redditi medio alti, la progressività selettiva su alcune categorie di contribuenti (lavoratori dipendenti) rispetto ad altre (autonomi e pensionati) solleva questioni di equità orizzontale.

“Queste considerazioni suggeriscono che il modello redistributivo attuale, fondato su un’imposta fortemente progressiva sul lavoro dipendente, ma con base imponibile relativamente ristretta, e caratterizzato da un’accentuata disparità di trattamento orizzontale tra le diverse tipologie di reddito, potrebbe aver raggiunto i propri limiti”, si legge nel rapporto.

Altri segnali di rischio, poi, l’Upb li segnala facendo riferimento a situazioni più recenti. In primis il fiscal drag che potrebbe tornare vista l’inflazione che ha rialzato la testa a causa della crisi di Hormuz.

E, infine, c’è il tema dell’introduzione dei regimi sostitutivi per gli incrementi retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali disposta dalla legge di bilancio per il 2026: “Rivela un’incoerenza del sistema: il prelievo sugli incrementi retributivi è oggi sensibilmente superiore a quello che grava sul reddito già percepito, al punto che si è scelto di sottrarre tali incrementi al regime ordinario per non vanificare gli effetti dei rinnovi contrattuali”, ha sottolineato sempre l’Upb.

La leva fiscale quindi non è in grado di affrontare le cause strutturali della stagnazione salariale e della precarizzazione del lavoro.

Cosa fare allora? Al fine di ottenere un incremento della redistribuzione, in molti consigliano la strada delle misure complementari: la revisione dei regimi agevolati, che sottraggono base imponibile al sistema ordinario, l’allargamento della base imponibile attraverso il contrasto all’evasione e politiche strutturali volte a contrastare la stagnazione salariale, eventualmente affiancati da strumenti di sostegno al reddito operanti dal lato della spesa.

Avatar photo
Redazione - Articoli pubblicati: 1

Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

Twitter
Facebook
Linkedin
Scrivi un commento all'articolo