13 visualizzazioni 4 min 0 Commenti

Il denaro è nostro. Perché dobbiamo pagare per usarlo?

Prima di discutere di nuove tasse sugli extraprofitti delle banche, proviamo a partire dalla vita quotidiana di cittadini, professionisti e piccoli imprenditori

Si parla molto, soprattutto negli ultimi mesi, di tassare maggiormente le banche, dei loro utili e degli extraprofitti realizzati dal sistema finanziario. È un dibattito importante, ma credo che prima di domandarci quanto lo Stato debba prendere alle banche dovremmo porci una questione molto più semplice: quanto paghiamo noi cittadini per poter utilizzare i nostri stessi soldi?

È una domanda meno ideologica e molto più concreta.

Viviamo ormai in una società nella quale il conto corrente non è più semplicemente una scelta. Lo stipendio arriva sul conto, le pensioni vengono accreditate, le imprese pagano e incassano attraverso strumenti tracciabili, acquistiamo con carte, effettuiamo bonifici e persino lo Stato e gli enti locali ci chiedono di utilizzare piattaforme digitali per pagare tasse, tributi e servizi.

Il mondo è cambiato. Ed è giusto che sia così.

Quello che trovo meno comprensibile è che, mentre rendiamo il denaro sempre più digitale e riduciamo progressivamente gli spazi di utilizzo del contante, continuiamo a costruire intorno al denaro elettronico una quantità di piccoli pedaggi.

Paghiamo per alcuni bonifici. Possiamo pagare per effettuare un versamento tramite PagoPA o altri sistemi. Paghiamo commissioni su determinate operazioni. Dall’altra parte, il commerciante, il professionista o il piccolo imprenditore può sostenere il costo del POS e delle transazioni necessarie per ricevere proprio quel pagamento elettronico che abbiamo incentivato.

Un euro non cambia la vita di nessuno, si potrebbe obiettare. È vero. Ma un euro moltiplicato per milioni di cittadini, milioni di pagamenti e milioni di operazioni diventa qualcosa di molto diverso.

Diventa un costo strutturale della digitalizzazione.

E allora forse è arrivato il momento di cambiare prospettiva. Non serve dichiarare guerra alle banche, perché le banche svolgono una funzione essenziale nell’economia e ogni servizio ha naturalmente un costo. Serve però individuare una fascia di servizi bancari essenziali che, proprio perché indispensabili alla vita economica moderna, debbano essere accessibili senza continui costi aggiuntivi.

Dovremmo rafforzare il diritto effettivo all’accesso ai servizi bancari di base, ragionare sull’azzeramento delle commissioni per le operazioni digitali essenziali e soprattutto per i pagamenti verso la Pubblica Amministrazione entro determinate soglie, e affrontare seriamente il costo degli incassi elettronici sostenuto da autonomi, professionisti e piccole attività.

Il principio, in fondo, è semplicissimo: se lo Stato mi spinge, o in alcuni casi mi obbliga, a utilizzare uno strumento digitale per pagare, incassare o trasferire denaro, deve preoccuparsi anche che l’utilizzo essenziale di quello strumento non diventi un costo permanente.

Questa sarebbe una battaglia comprensibile a tutti, perché non riguarda destra o sinistra, dipendenti o autonomi, pensionati o imprenditori. Riguarda il rapporto quotidiano che ciascuno di noi ha con il proprio denaro.

Prima di discutere soltanto di quanto prendere alle banche, iniziamo quindi a discutere anche di quanto possiamo evitare di prendere dalle tasche dei cittadini.

Perché la digitalizzazione rappresenta un progresso soltanto quando semplifica la vita delle persone. Se invece ad ogni passaggio aggiungiamo un piccolo pedaggio, rischiamo di trasformarla lentamente in una nuova tassa invisibile.

Il denaro è nostro. E poterlo utilizzare, almeno nelle operazioni essenziali della nostra vita quotidiana, dovrebbe costare sempre meno. Fino, dove possibile, a non costare nulla.

Avatar photo
Collaboratore - Articoli pubblicati: 22

Commercialista e tributarista, con una consolidata esperienza nella consulenza d’impresa e nel diritto tributario. Presidente di UIFOR – Unione Italiana Forfettari, il primo sindacato dedicato ai contribuenti in regime forfettario, affianca professionisti e imprese nella crescita e nell’innovazione, con uno sguardo particolare allo sviluppo del Mezzogiorno. Appassionato di economia, politica e cultura mediterranea, crede nella costruzione di reti e comunità come strumento di progresso. Vive tra Roma e il Sud Italia, da dove trae energia e ispirazione anche grazie alla sua famiglia e al territorio, che rappresentano la radice più autentica del suo percorso umano e professionale.

Facebook
Linkedin
Instagram
Scrivi un commento all'articolo