Da tempo osserviamo, da una posizione privilegiata e allo stesso tempo scomoda, la distanza crescente tra la politica che si racconta e la politica che serve davvero al Paese. Chi come noi frequenta ogni giorno rappresentanti istituzionali, tavoli di confronto e sedi decisionali conosce bene quella sensazione: l’illusione di “poter parlare per incidere” si consuma sempre più in fretta, come una meteora che attraversa il cielo e lascia dietro di sé solo buio. Si parla tanto — spesso con interlocutori impreparati, che non conoscono i dossier, non hanno vissuto i problemi, non ne pagano le conseguenze — e si decide troppo poco.
È ora di cambiare rotta. Le cose vanno fatte, non promesse. E soprattutto non vanno promesse al solo scopo di conservare una poltrona o una posizione di rendita.
Una storia non si rinnega, ma non deve diventare una gabbia
Ognuno di noi ha un percorso, delle radici, un’appartenenza: c’è chi viene da destra, chi da sinistra, chi dal centro. Nessuno di questi percorsi va rinnegato: sono storia, esperienza, identità. Ma la storia personale non può trasformarsi in uno schema rigido dentro cui restare intrappolati per riflesso condizionato, votando o sostenendo per appartenenza tribale piuttosto che per merito delle proposte.
Il tifo da stadio — “di qua o di là”, “o con noi o contro di noi” — è la cosa più lontana che esista dalla politica utile. È comodo, rassicura, dà un’identità immediata. Ma non risolve un solo problema reale delle persone e delle imprese che ogni giorno bussano alle nostre porte.
Il problema vero: si interviene sugli effetti, mai sulle cause
Chi vive la politica dall’interno, a contatto con le istituzioni, lo sa bene: la politica italiana rincorre da decenni gli aggiustamenti. Si litiga, ci si accapiglia, ci si divide — ma quasi sempre sulle soluzioni tampone, mai sulla radice dei problemi. Il risultato è che restiamo strutturalmente in ritardo: interveniamo quando il danno è già fatto, gestiamo l’emergenza invece di prevenirla, difendiamo lo status quo invece di trasformarlo.
Questo approccio ha un nome preciso: mantenimento delle posizioni. E ha un costo altrettanto preciso: la perdita di credibilità delle istituzioni agli occhi di chi le vive ogni giorno — lavoratori, imprese, corpi intermedi — e che di quelle istituzioni avrebbe bisogno per crescere, non per sopravvivere.
Perché guardiamo con interesse a chi propone alternative
Per questo motivo va guardato con interesse, e non con sospetto pregiudiziale, chi prova a proporre percorsi politici alternativi, purché portino contenuti concreti e non ulteriori bandiere. Non si tratta di moltiplicare le sigle per moltiplicare le sigle — la frammentazione fine a sé stessa è un problema reale, non un’invenzione di chi difende lo status quo. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che un sistema bloccato in due schieramenti contrapposti, quando questi schieramenti smettono di rappresentare realmente i bisogni delle persone, produce solo immobilismo travestito da stabilità.
La domanda giusta non è “di qua o di là?”. La domanda giusta è: questa proposta parte dalle cause dei problemi o si limita a promettere l’ennesimo aggiustamento?
La decisione spetta agli elettori, non ai giudizi preliminari
Ogni nuovo soggetto politico che si presenti con proposte serie merita di essere ascoltato e valutato nel merito. Sta a noi — cittadini, elettori, corpi intermedi, tecnici del settore — il compito di premiare o bocciare, con il voto e con il giudizio pubblico, chi propone e chi governa. Ma questo giudizio va formulato dopo aver ascoltato, non prima. Bocciare preliminarmente un’idea solo perché non rientra nei due schieramenti tradizionali non è difesa della democrazia: è esattamente il contrario.
La vera semplificazione di cui il Paese ha bisogno non è nel numero dei partiti in campo, ma nella qualità delle proposte e nella capacità di chi governa di affrontare le cause dei problemi invece di limitarsi a gestirne gli effetti.
È tempo di uscire dagli schemi. Né destra né sinistra da tifo: bisogni da risolvere, cause da affrontare, soluzioni da costruire insieme a chi, sul campo, i problemi li conosce davvero.
Abbiamo poco tempo meno di un anno alle prossime consultazioni, non perdiamoci in diatribe sterili, mettiamoci davanti non dietro agli schieramenti.

