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Più flessibilità per andare in pensione favorirebbe il turnover

Lo studio dell'Ufficio parlamentare di Bilancio: negli ultimi dieci anni, per ogni uscita, 0,7 occupati a tempo indeterminato. Ma, in prospettiva, gli assegni andrebbero ridotti

Il rapporto dell’Ufficio parlamentare di Bilancio attesta che una flessibilità in uscita con soglie per l’accesso alla pensione meno rigide di quelle attuali potrebbe facilitare il turnover tra generazioni , favorendo l’ingresso al lavoro dei più giovani e la stabilizzazione degli occupati.

Sta di fatto che per non pesare sui conti pubblici , dovrebbe essere necessariamente accompagnata da una riduzione degli assegni pensionistici.

Quindi, se è vero che è più che plausibile una ricaduta positiva sul mercato del lavoro, anche in termini di nuova occupazione, di un sistema di uscite pensionistiche più elastico, partendo anche da anzianità non troppo elevate, è praticamente certo che queste misure, in ogni caso, non possono autofinanziarsi nel breve e medio periodo.

Per questo, “un’eventuale revisione dei requisiti di uscita verso un assetto flessibile con intervalli di età e anzianità entro cui il lavoratore possa scegliere, dovrebbe accompagnarsi all’applicazione di correttivi attuariali per gli assegni e le quote degli assegni basati sulle regole di calcolo retributive”, si legge nel rapporto dell’Ufficio parlamentare.

Ma cosa vuol dire? In pratica, che l’importo delle pensioni dovrebbe assottigliarsi rispetto a quello attuale, per effetto di un meccanismo di penalizzazione che salirebbe in maniera direttamente proporzionale al ridursi dell’età di uscita (o della contribuzione). Il tutto, sulla falsariga di alcune misure adottate dal Governo con l’ultima manovra: Palazzo Chigi ha rinnovato Quota 103 per quest’anno ma vincolandola al ricalcolo contributivo dell’assegno.

Negli ultimi dieci anni, ogni cessazione di un lavoratore in quiescenza è stata associata a un incremento di 0,7 nuovi occupati a tempo determinato e alla trasformazione di 1,7 contratti da tempo determinato a tempo indeterminato. L’effetto netto sugli occupati, quindi, è risultato positivo, ma limitato e ottenuto grazie a contratti a termine.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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