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Perché sette laureati su dieci che lavorano all’estero non vogliono tornare in Italia

Lo svela il rapporto AlmaLaurea: fuori dai nostri confini, gli stipendi arrivano anche al 58,7% in più. Ma non solo: si hanno maggiori opportunità di carriera

Stando allo stesso rapporto Almalaurea secondo cui due laureati su tre non accettano di guadagnare uno stipendio di 1250 euro al mese, sette su dieci che hanno fatto le valigie per lavorare all’estero (dato anche gli stipendi molto più bassi che mediamente ci sono in Italia) non pensano di tornare entro i nostri confini.

E’ una vera e propria Caporetto da questo punto di vista: al 38,4% che giudica “improbabile” il ritorno, si somma, infatti, un altro 30,5% che lo reputa “poco probabile”. Completano il campione il 14,7% che non esprime un giudizio e un misero 15,1% che intende, invece, compiere il percorso inverso.

Questa quota, tra l’altro, è in calo dell’1,7% rispetto al 2022.

Questi numeri sui cervelli in fuga sono ancora più significativi se si pensa che il 4% degli occupati a un anno dalla laurea e il 5,5% di quelli a cinque anni lavorano all’estero.

Ma chi si sposta di più? I giovani che hanno studiato le materie scientifiche (8,2% tra gli occupati a un anno e 11,7% a cinque anni), linguistico (8,2% e 11,3%), informatica e tecnologie Ict (7,9% e 13,7%), politico-sociale e comunicazione (5,9% e 7,7%) e ingegneria industriale e dell’informazione (5,8% e 10,1%).

Come già accennato, basta dare uno sguardo agli stipendi per capire il motivo per il quale i giovani italiani non hanno remore a fare le valigie: i laureati di secondo livello giunti oltre confine percepiscono, a un anno dalla laurea, 2.174 euro mensili netti, +56,1% rispetto ai 1.393 euro di chi rimane. Dopo cinque anni, questo differenziale sale addirittura a +58,7% considerando che all’estero si arriva a percepire in media 2.710 euro rispetto ai 1.708 degli occupati in Italia.

Sta di fatto che, sempre secondo il rapporto Almalaurea, si va via dall’Italia non solo per i soldi: il 32% perché ha ricevuto un’offerta di lavoro interessante da parte di un’azienda straniera, cui si aggiunge un ulteriore 27,4% che si è trasferito per mancanza di opportunità adeguate. Il 14,1%, poi, è andato fuori per studiare e ci è rimasto o tornato per motivi di lavoro. Il 13,8% è stato spinto da motivi personali o familiari. L’8,8% ha preso la stessa decisione per mancanza di fondi per la ricerca. E il 3,2% perché ha assecondato una richiesta della propria azienda.

Per i laureati occupati all’estero, poi, sono più diffusi i contratti a tempo indeterminato: a una anno dal titolo, il 41,3% rispetto al 25,5% di chi lavora in Italia; a cinque anni, il 58,5% contro il 52,1%) e le borse o gli assegni di ricerca sono a un anno al 23,3% contro l’8,1%, a cinque, il 17,2% contro il 3,9%.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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