La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha calcolato che tra il 2021 e il 2025 sono stati oltre 129 mila i rientri
Non solo emigrazione e fuga dei nostri migliori talenti. Non più la divisione manichea tra chi resta e chi parte. Talvolta, tra i ragazzi che decidono di espatriare, ci sono anche dei ritorni in patria.
La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha calcolato che tra il 2021 e il 2025 sono stati oltre 129 mila i rientri degli italiani tra 18 e 39 anni, in aumento del 32,9% rispetto al quinquennio precedente, contro una crescita degli espatri del 2,1%.
Dallo studio della Fondazione emerge anche un cambiamento nelle motivazioni della mobilità: a spingere verso il ritorno sono soprattutto ragioni familiari e personali, mentre lavoro e carriera rappresentano solo una parte di una scelta sempre più legata alla qualità della vita.
Nel periodo 2011-2015 si contavano 26 rientri ogni 100 trasferimenti all’estero; nel quinquennio 2016-2020 il rapporto era salito a 31, per arrivare a 40 rientri ogni 100 espatri nel 2021-2025.
Non si tratta ancora di un riequilibrio dei flussi, ma di un segnale della crescente rilevanza della mobilità di ritorno. Nel solo 2025 i rimpatri sono aumentati del 3,7%, passando da 23.387 a 24.264.
Ma chi rientra? Di solito, un giovane che ha già trascorso una parte significativa del proprio percorso formativo o professionale fuori dal Paese. L’età media è di 29,6 anni e la fascia più rappresentata è quella tra 30 e 34 anni, con il 29,4% dei rientri, seguita dai 25-29enni con il 26,4%.
La geografia dei ritorni riflette in buona misura quella dell’emigrazione italiana. Il 66,4% proviene dall’Europa e Regno Unito e Germania.
La Lombardia assorbe da sola il 19,8% dei flussi e Milano l’8,7% del totale nazionale. Ma anche il Mezzogiorno intercetta una quota rilevante, pari al 31,7%, con la Sicilia che da sola raggiunge il 9,2%.
L’indagine condotta dalla Fondazione Studi nel 2025 evidenzia come la decisione di tornare vada ben oltre la dimensione professionale. Il 67,7% dei giovani rientrati indica tra le ragioni motivi familiari e personali; il 32,4% la nostalgia dell’Italia, mentre incentivi fiscali e qualità della vita sono indicati entrambi dal 23,5%. Solo il 20,6% segnala tra le motivazioni un’interessante opportunità lavorativa in Italia.
Il lavoro, del resto, non costituisce necessariamente una condizione preliminare al rientro. Meno della metà, il 48,5%, torna disponendo già di un’occupazione, mentre il 37,1% trova lavoro soltanto dopo essere rientrato. Per una parte dei giovani, dunque, la scelta di dove vivere sembra precedere quella relativa a dove e come lavorare.
Una tendenza confermata anche dal grado di soddisfazione successivo al ritorno. Il 71,4% si dichiara più soddisfatto della propria situazione personale in Italia, mentre la valutazione sul lavoro è più articolata: il 53,5% considera la propria situazione professionale uguale o migliore rispetto a quella sperimentata all’estero e il 46,4% la giudica peggiore.

