È pressocché uscito dal dibattito politico il mitico cuneo fiscale. Perché il problema dell’eccessivo costo del lavoro in Italia è stato risolto?
Stando alla piattaforma Will, tutt’altro: per pagare un dipendente 25.000 euro netti all’anno, un’azienda nel nostro Paese deve spenderne quasi il doppio.
Il conto è semplice: il costo totale per l’azienda è di 48.000 euro, mentre la retribuzione lorda è di 35.000 euro e quella netta si ferma a 25.900 euro.
Questo significa che una buona parte dei soldi che un’azienda spende per pagare un lavoratore finisce in tasse e contributi. Risultato: l’Italia è tra i Paesi europei dove il costo del lavoro è più alto, ma gli stipendi netti restano tra i più bassi.
Il problema non riguarda solo i lavoratori, che si ritrovano con buste paga basse, ma anche le aziende. Sempre Will la mette così: “Se un’impresa vuole aumentare lo stipendio di un dipendente di 100 euro netti al mese, potrebbe trovarsi a spendere più del doppio tra tasse e contributi. Questo peso fiscale e contributivo frena la possibilità di dare aumenti, soprattutto per le piccole imprese, che non hanno i margini di una grande multinazionale. A lungo andare, questo meccanismo penalizza tutti. Le aziende si trovano a sostenere costi altissimi e hanno meno spazio per premiare i lavoratori. I lavoratori, dal canto loro, vedono stipendi bassi e poche prospettive di crescita. E l’economia nel suo complesso ne risente, perché se i salari restano fermi anche i consumi non crescono e il Paese fatica a rilanciarsi”.
E allora: rimane la domanda. Perché l’eccessivo costo del lavoro è uscito dal dibattito pubblico? Si parla tanto di salario minimo (o giusto), di scarsa produttività. Ma la promessa di avere un sistema fiscale e previdenziale meno oneroso per chi assume e lavora sembra ancora inevasa.

