Leggendo il Rapporto Inps diffuso ieri dall’istituto di previdenza, sembra che si sia trovato finalmente il bandolo della matassa. Per combattere l’inverno demografico in cui l’Italia è precipitata, uno strumento molto utile è lo smart working.
Insomma, se si dà fiducia a chi lavora, se si imposta la sua missione sugli obiettivi da raggiungere autonomamente piuttosto sull’essere ligio a raggiungere un ufficio tutti i giorni, ne beneficia anche la vita sessuale.
Secondo il Rapporto Inps, il lavoro da remoto si afferma sempre di più come una modalità di lavoro che favorisce la fecondità e incrementa le possibilità di tutelare lo stipendio, con una crescita fino a 1.300 euro in più nell’anno successivo alla nascita.
Ma non solo: si conferma uno strumento in grado di abbattere fino all’87% la cosiddetta “child penalty”, la penalizzazione sulla carriera derivante dalla nascita di un figlio.
“Il tema della natalità non può essere affrontato solo con trasferimenti monetari. La decisione di avere un figlio dipende anche dalla stabilità del lavoro, dalla possibilità di conciliare tempi di vita e tempi professionali, dalla disponibilità di servizi per l’infanzia, dalla distribuzione dei carichi di cura tra madri e padri”, ha dichiarato Gabriele Fava, il presidente dell’Inps.
Ma non solo smart working. In attesa che la curva della natalità torni a crescere, a garantire la produttività e la tenuta del sistema previdenziale nel medio-lungo periodo, ci pensano gli stranieri extra-Ue.
Inps, nell stesso rapporto in cui ha sottolineato l’importanza dello smart working, calcola una crescita di oltre il 35% tra il 2019 e il 2025 tanto che oggi un lavoratore su sette è di origine straniera.
Per il presidente dell’istituto si tratta di un dato da leggere “al di fuori di contrapposizioni ideologiche”.
“Esso evidenzia come una quota crescente della capacità produttiva e della base contributiva del Paese dipenda anche dalla capacità di governare i flussi migratori, orientandoli verso i fabbisogni del sistema produttivo e accompagnandoli con percorsi di formazione, legalità, integrazione e lavoro regolare”.
C’è bisogno di “un patto di responsabilità e convivenza”.

