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L’inflazione, i salari e la grande erosione del risparmio italiano

Ci sono statistiche che descrivono un fenomeno. E ce ne sono altre che raccontano un'epoca.

L’ultima fotografia scattata dall’OCSE appartiene alla seconda categoria.

L’Italia detiene un primato di cui nessuno dovrebbe andare fiero: tra tutte le grandi economie industrializzate è quella che ha registrato la maggiore perdita di salari reali. All’inizio del 2025 le retribuzioni, al netto dell’inflazione, risultavano ancora inferiori del 7,5% rispetto ai livelli del 2021. Inoltre, un lavoratore del settore privato su tre era ancora coperto da un contratto collettivo scaduto, con aumenti incapaci di recuperare integralmente il potere d’acquisto perduto.

Questo significa una cosa molto semplice. Gli italiani lavorano, producono, pagano le tasse, ma ogni anno possono acquistare meno beni e meno servizi con lo stesso stipendio. È la definizione stessa di impoverimento.

La domanda, però, non è se ci stiamo impoverendo. La domanda è perché.

Per oltre trent’anni ci è stato spiegato che la moderazione salariale era il prezzo da pagare per essere competitivi. Che la globalizzazione avrebbe moltiplicato le opportunità. Che la finanza avrebbe distribuito meglio il capitale. Che il mercato avrebbe corretto da solo gli squilibri.

Nel frattempo è accaduto qualcosa che oggi i numeri certificano. La produttività italiana è rimasta debole. Gli investimenti pubblici e privati sono cresciuti meno del necessario. La pressione fiscale sul lavoro è rimasta tra le più elevate d’Europa. Il risultato è che il costo della vita ha corso molto più velocemente dei redditi.

E quando questo accade, la prima vittima è la classe media. Una famiglia rinuncia a cambiare automobile, rimanda la ristrutturazione della casa, riduce i consumi, risparmia meno oppure consuma i risparmi accumulati negli anni precedenti.

È qui che il problema economico diventa politico. L’Italia non è un Paese povero. È uno dei Paesi più ricchi d’Europa dal punto di vista patrimoniale. Le famiglie italiane possiedono immobili, depositi bancari, titoli e attività finanziarie costruite in generazioni di lavoro.

Ma questa ricchezza ha un nemico silenzioso: l’inflazione. Riduce il valore della liquidità, abbassa il potere d’acquisto degli stipendi e costringe i risparmiatori a rincorrere rendimenti sempre più elevati soltanto per non perdere terreno.

L’inflazione è una tassa invisibile. La pagano tutti, ma non tutti nella stessa misura. Chi vive di salario, pensione o risparmio liquido è molto più esposto di chi possiede strumenti patrimoniali capaci di rivalutarsi.

Ed è qui che entra in gioco il futuro. Le tensioni geopolitiche, la crescita delle spese militari, le guerre commerciali, le crisi energetiche e la frammentazione delle catene produttive sono fenomeni destinati ad aumentare i costi di produzione e a esercitare nuove pressioni sui prezzi.

Non significa che ogni scelta geopolitica sia sbagliata. Significa che ogni scelta ha un costo. E quel costo, quasi sempre, viene pagato dai cittadini.

Per questo la politica non può limitarsi a discutere di PIL, deficit o spread. La vera misura del successo di un governo è molto più semplice: alla fine del mese una famiglia vive meglio oppure peggio rispetto all’anno precedente?

Il rapporto dell’OCSE dovrebbe essere letto come un avvertimento. Non soltanto perché racconta ciò che è accaduto, ma perché suggerisce ciò che potrebbe ancora accadere se non verranno affrontati i problemi strutturali del Paese: produttività stagnante, ritardi nei rinnovi contrattuali, scarsa crescita dei salari reali e vulnerabilità agli shock internazionali.

L’Italia ha bisogno di tornare a fare ciò che l’ha resa grande: investire nel lavoro, premiare chi produce, difendere il risparmio e rimettere l’economia reale davanti alla finanza.

Perché una nazione può sopportare un debito elevato. Può attraversare una recessione. Può superare una crisi internazionale. Ma quando un popolo perde fiducia nel valore del proprio lavoro e vede il risparmio di una vita consumarsi lentamente, allora il problema non è più soltanto economico. È un problema di libertà.

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Collaboratore - Articoli pubblicati: 3

Giornalista pubblicista dal 2016, sociologo e docente nella scuola secondaria di II grado, svolge da anni attività di formazione e divulgazione nell’ambito delle scienze umane. Attualmente è segretario generale del sindacato FISI, ruolo attraverso il quale promuove iniziative e interventi sui temi del lavoro, dei diritti sociali e della partecipazione democratica.

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