L’incertezza geopolitica si fa sentire, ma restano positive le attese di crescita delle medie imprese. Per il 2026, stimano un aumento del 2,5% del fatturato e del 2,7% delle esportazioni. Tuttavia, oltre 7 medie imprese su 10 ritengono che l’aumento dell’incertezza globale possa generare ricavi inferiori nei prossimi 12 mesi rispetto a uno scenario di maggiore stabilità.
Tuttavia, non tutto gira attorno allo Stretto di Hormuz: sul medio periodo, si valutano anche forti difficoltà nel reperimento del personale che interessano il 90% circa delle aziende.
Tutto questo emerge nel XXV Rapporto sulle medie imprese industriali italiane e nel Report “Le medie imprese italiane tra continuità e trasformazione: governance, capitale umano e geopolitica” realizzati dall’Area Studi di Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere.
Le medie imprese sono una realtà produttiva dinamica sempre più strategica nella nostra economia: producono il 16% del fatturato dell’industria manifatturiera italiana rappresentando il 15% del valore aggiunto e il 13% sia delle esportazioni sia dell’occupazione complessiva.
Nell’arco dei ventinove anni osservati, il segmento è cresciuto per numero di imprese (da 3.377 a 3.491), giro d’affari complessivo (+178,3%),
vendite oltreconfine (+290,7%) e occupazione (+47,2%).
“Le medie imprese industriali italiane restano uno dei pilastri più solidi del nostro sistema produttivo per capacità competitiva, presenza nelle filiere e apertura ai mercati esteri” ha detto Andrea Prete, Presidente di Unioncamere. “Proprio per questo, l’aumento dell’incertezza internazionale e la volatilità dei costi energetici e delle materie prime non vanno sottovalutati: possono ridurre il potenziale di crescita di queste imprese. Occorre accompagnare questi campioni del made in Italy con politiche industriali, strumenti finanziari e servizi territoriali capaci di rafforzarne resilienza e investimenti”.
“I risultati ottenuti dalle medie imprese manifatturiere italiane negli ultimi trent’anni son molto positivi, ma restano ancora ampi spazi di miglioramento. Solo 2 imprese su 10 ritengono di avere strumenti adeguati per affrontare l’incertezza. È un tema centrale per l’imprenditore, perché la capacità di creare profitto nasce proprio dal saper prendere decisioni in contesti incerti. In questa prospettiva, il modello anglosassone propone l’istituzione di un Future Readiness Committee, pensato per supportare il top management nell’analisi degli scenari più complessi e nella definizione delle iniziative necessarie” – sostiene Gabriele Barbaresco, Direttore dell’Area Studi
Mediobanca.
Giuseppe Molinari, presidente del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, ha aggiunto: “La loro competitività futura passerà dalla capacità di coniugare la continuità del modello imprenditoriale con una trasformazione più profonda, fatta di investimenti nelle tecnologie più avanzate e nel capitale umano. Perché l’innovazione genera valore soprattutto quando le imprese riescono a integrare nuove tecnologie, competenze qualificate e formazione”.
Quello delle medie imprese è un modello competitivo fortemente orientato all’adattamento, dove la flessibilità e la personalizzazione dell’offerta rappresentano la leva principale (65,8%). Il posizionamento si fonda soprattutto su asset immateriali, come notorietà e reputazione del brand (53,4%), qualità dei prodotti con capacità di premium pricing (46%), competenze e professionalità del personale (42,4%), affiancati da un crescente ruolo di innovazione e know-how tecnologico (34,7%). Più marginali le leve tradizionali, come prezzo (21,8%), rete distributiva (13,2%) e sostenibilità (10,5%).
Esse confermano, inoltre, un’elevata capacità di creazione di valore: nel periodo 2015-2024 hanno generato in media 7,8 mila euro per addetto, con una continuità di performance superiore rispetto ad altri segmenti dimensionali, che hanno registrato anche episodi di
distruzione di valore. Questa stabilità evidenzia la maggiore resilienza del modello della media impresa italiana, meno esposto a oscillazioni cicliche.
Le prospettive future restano tuttavia legate anche a fattori esterni: l’81,7% auspica un miglioramento del quadro economico internazionale, insieme alla riduzione dei costi degli input (55,6%) e del carico fiscale sul lavoro (40,7%). Proprio la fiscalità continua a incidere significativamente, con un tax rate medio (26,5%) superiore a quello delle grandi imprese (22%).
Lo stesso “cuneo fiscale” sul lavoro resta un tema di avvertita criticità mentre l’85% delle medie imprese è fortemente orientato sui mercati internazionali nel duplice ruolo di importatore ed esportatore, a conferma della rilevanza di questa realtà produttiva nelle catene internazionali del valore.
Tra il 2015 e il 2024 l’occupazione nelle medie imprese è cresciuta del 23,7%, superando i 523mila addetti. La partecipazione femminile resta contenuta (27%), mentre gli under 35 rappresentano il 41% delle nuove assunzioni, ma faticano a raggiungere ruoli di responsabilità.
Gli over 60 sono circa il 10% e saranno centrali nel ricambio generazionale.
Quasi il 90% delle imprese segnala difficoltà nel reperire personale: le criticità riguardano soprattutto figure tecniche e specialistiche (67,2%) e operative (50,6%), seguite a distanza da soft skills (15,4%) e competenze manageriali (13,6%). In questo contesto, il 77% delle imprese ricorre a lavoratori stranieri, soprattutto per la minore disponibilità di lavoratori italiani a svolgere mansioni ritenute dequalificanti (69,7%).
Le principali leve per attrarre e trattenere personale under35 sono il welfare aziendale e i benefit (51,9%), la formazione (48,1%) e gli incentivi economici (41,6%), seguiti dall’autonomia operativa (30%) e dal lavoro flessibile (25,6%).
Parallelamente, è in crescita la quota delle Mid-Cap pronta ad investire in tecnologie cosiddette “Deep-Tech” – dall’intelligenza artificiale alla robotica sino al cloud –; lo farà il 34,9% nel prossimo triennio a fronte del 28,2% che ha già provveduto tra il 2023 e il 2025.
I board si confermano snelli ma con un profilo anagrafico maturo: contano in media 3,6 membri e nel 17,5% dei casi la gestione è affidata a un amministratore unico. L’età media è pari a 60 anni, con i ruoli apicali occupati dalle fasce più anziane (64-68 anni) e una presenza ancora limitata di figure giovani nei processi decisionali.

