La Cina trema davanti all’Intelligenza artificiale: il Dragone, infatti, è alle prese con un aumento della disoccupazione dovuto all’impatto delle nuove tecnologie. Per questo, il governo di Pechino ha già deciso di mettere in campo una politica di ferro.
Sta di fatto che il vaso di Pandora è stato scoperchiato dal tribunale intermedio di Hangzhou, la città del colosso dell’ecommerce Alibaba. Lì, un trentacinquenne che nel 2022 aveva trovato lavoro in una fintech come supervisore del controllo qualità per modelli di intelligenza artificiale. Con il passare del tempo, però, l’AI aveva assorbito queste attività. Così, a gennaio 2025, l’azienda gli ha proposto una posizione di livello inferiore, con un notevole abbassamento di stipendio: da 25mila a 15mila yuan al mese (cioè da 3.200 a 1.900 euro circa).
Il tema, infatti, è anche politico. Nella fascia d’età tra i 16 e i 24 anni il tasso di disoccupazione sfiora il 17%. È comprensibile che ci sia chi guarda con una certa inquietudine ai 2 milioni di robot nelle linee produttive delle fabbriche cinesi, tanto er citare un dato.
Entro fine anno, quindi, ci sarà una nuova normativa tutta dedicata all’impatto dell’Intelligenza artificiale sul lavoro. L’idea non è certo quella di boicottare l’avanzata dell’AI, ma di accompagnare questa transizione, rafforzando i programmi di formazione e riqualificazione e potenziando gli ammortizzatori sociali. Trasporti e servizi saranno i due settori dove si concentreranno maggiormente le nuove misure.

