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Il Jobs Act di Renzi che risultati ha portato?

I risultati del Jobs Act
C'è da chiederselo più che mai oggi, quando la Cgil è in campo per abolirlo con il referendum. Una ricognizione

Ora che la Cgil è in piena attività per raccogliere le firme e giungere a un referendum con l’obiettivo di eliminare il Jobs Act, ci si chiede più che mai che effetti ha avuto la legge sul lavoro voluta nel 2014 dal Governo Renzi.

Se confrontiamo gli occupati del 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del contratto a tutele crescenti, cuore del Jobs Act, con quelli del 7 marzo 2024 , sono 1,8 milioni in più. Il frutto della crescita di dipendenti stabili (1,6 milioni), dei dipendenti a termine (519 mila) e dello svuotamento degi autonomi (-334 mila).

In nove anni, il tasso di occupazione è salito al 62%. Un record storico per l’Italia, ma pur sempre uno dei più bassi d’Europa e influenzato da un inverno demografico che assottiglia la forza lavoro. In vent’anni, stando all’Istat nel suo recente Rapporto annuale, si contano un milione di precari in più e 1,4 milioni di occupati stabili in più. I primi sono giovani under 34, i secondo solo over 50. Una tendenza che prescinde dal Jobs Act, arrivato a metà di questo ventennio e che prosegue anche oggi.

Un esempio su tutti: a giugno 2020, subito dopo il primo lockdown, gli occupati erano 22 milioni , gli stessi del marzo 2015, all’alba del Jobs Act. I precari erano 2,5 milioni contro i 2,3 milioni di cinque anni prima. Dopo sono esplosi fino a toccare il record di 3,1 milioni nell’aprile 2022. Infine, sono scesi ancora (ora sono 2,8 milioni) perché l’Italia del post-Covid è cambiata: all’inizio super precaria, ora più stabilizzatrice.

Le imprese non trovano lavoratori o impiegano molto tempo per trovarli. E quando li assumono, spesso, lo fanno con contratti stabili, offerti come un bonus in cambio di stipendi leggeri. La precarietà, oggi, si rileva soprattutto sui salari bassi e sul part-time forzato. Tendenze che spiegano almeno in parte anche il fenomeno degli expat , di chi scappa all’estero, e delle ‘grandi dimissioni’ da 1,3 milioni di lavoratori stabili all’anno. Nel 2018-19, erano un milione.

Le imprese italiane si adeguano alle leggi, sfruttano i bonus. E certo hanno cavalcato, quelle più grandi, l’abolizione dell’articolo 18, sapendo che al massimo pagano un indennizzo senza dover reintegrare se licenziano in modo illegittimo. Su questo, la Corte Costituzionale è intervenuta quattro volte, avvertendo che l’indennizzo è troppo basso.

Ma tant’è: studi e ricerche dicono che fondamentalmente l’occupazione si muove con l’economia, con la crescita, con la produttività. Certo: può essere stimolata con incentivi così come può essere precarizzata con provvedimenti sbagliati. Ma poi vive quasi di vita propria, riflettendo le scelte delle imprese sugli investimenti e il contesto nazionale e globale. Fondamentalmente, sono le crisi e le recessioni a bruciare posti di lavoro. Così come riprese e rimbalzi a ricrearli.

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Redazione - Articoli pubblicati: 633

Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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