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Se il Pnrr può essere una soluzione per alzare i salari

È la tesi dell'economista dell'Ocse Andrea Garnero: "Occorre una strategia nazionale: l'Italia soffre una scarsa innovazione tecnologica e una contrattazione aziendale ancora poco sviluppata"

Per Andrea Garnero, economista del lavoro presso la Direzione per l’occupazione, il lavoro e gli affari sociali dell’Ocse, esperto di salari minimi e contrattazione collettiva, il problema degli stipendi bassi in Italia non si può risolvere con un tratto di penna, ma magari con un piano nazionale che faccia funzionare il Pnrr.

Dietro la questione salariale italiana, infatti, secondo lui, non c’è un solo problema. E, quindi, non ci può essere una sola soluzione.

Lo studioso lo ha spiegato nei giorni scorsi sulle pagine de La Stampa. “Esiste un’indiscutibile questione salariale in Italia, ma non solo. Nella maggior parte dei Paesi Ocse la crescita dei salari ha rallentato dopo la crisi del 2008 e l’inflazione ha eroso significativamente il potere d’acquisto dei lavoratori. Ma da nessuna parte come in Italia il problema è così profondo e radicato nel tempo”.

“Tra il 1990 e il 2020 – ricorda l’economista nato a Cuneo nel 1986 – i redditi da lavoro annuali in parità di potere d’acquisto sono scesi dell’1%, mentre, nello stesso periodo, sono aumentati del 48% negli Usa del 33% in Francia, del 30% in Germania. Anche la Spagna che ha avuto una performance non lusinghiera ha comunque registrato un +3%. Quello che differenzia l’Italia da Usa, Francia e Germania sono salari stagnanti, ma soprattutto la crescita del tempo parziale e dei contratti temporanei”.

Di chi è, quindi, la colpa? “Com’è noto, dal Dopoguerra fino agli Anni ’90 l’Italia è cresciuta rapidamente, registrando una rapida convergenza verso le economie più ricche, una sorta di “Cina d’Europa”. Dalla metà dei Novanta, il processo di convergenza si è interrotto. L’indiziato numero uno dietro questo stop abbastanza improvviso è un blocco del carburante principale della crescita economica che è la produttività, cioè quanto “bravi” siamo a produrre con le risorse disponibili. Dopo decenni di crescita, la produttività oraria del lavoro, cioè quanto si produce per ogni ora di lavoro, era arrivata nel 1995 persino a superare quella degli Usa. Poi, la crescita della produttività si è sostanzialmente fermata. E non solo la produttività del lavoro. Tra il 1995 e il 2021, la crescita media annua della produttività del capitale, cioè la capacità del capitale di creare valore aggiunto, è scesa dello 0,7 mentre la produttività totale dei fattori, che riflette l’efficienza complessiva del processo produttivo, è rimasta ferma a zero. Il problema è particolarmente marcato nel settore dei servizi e nelle micro-imprese. Ma anche la manifattura, che resta una riserva di lavoro di qualità e buoni salari, la produttività cresce meno che negli altri Paesi”.

“Il rallentamento della crescita della produttività – spiega ancora Garnero – è un fenomeno che tocca molti altri Paesi e le cause non sono del tutto chiare. Secondo alcuni, è dovuta a innovazione inferiore in quantità e qualità rispetto a quella di 50 o anche solo 30 anni fa in una situazione di invecchiamento della popolazione e minor domanda di investimenti. Secondo altri, invece, è principalmente un problema di misura: l’impatto delle nuove tecnologie (molte disponibili gratuitamente online) non è ben catturato nel calcolo del Pil. Infine, per altri, i “tecno-ottimisti”, è solo questione di tempo: le nuove tecnologie tipo l’intelligenza artificiale devono ancora dispiegare tutto il proprio potenziale. In Italia, a questi fenomeni globali si sommano problematiche tutte nazionali che vanno dal funzionamento del settore pubblico, anche a livello locale, a investimenti in tecnologia scarsi, fino alla scarsa meritocrazia o a una contrattazione aziendale ancora poco sviluppata”.

“Una spiegazione che personalmente trovo convincente, anche se sicuramente non è l’unica – confida Garnero – è che l’Italia abbia mancato la rivoluzione informatica degli anni ’90 per una serie di ragioni legate alla struttura delle aziende e alla loro organizzazione interna. Per sfruttare appieno i vantaggi delle tecnologie informatiche, infatti, non basta attaccare un computer alla presa. Si devono riorganizzare i luoghi di lavoro utilizzando un modello di gestione meritocratico e orientato ai risultati. Negli Usa, a partire dagli Anni Novanta, questo è stato fatto e la produttività ha accelerato. In Europa molto meno, anche Francia e Germania hanno perso terreno ma l’Italia più di tutti gli altri. Ancora oggi il Paese si trova in un equilibrio al ribasso con scarso investimento in formazione e scarsa domanda di competenze da parte delle imprese”.

“Da una parte – ricorda, infatti, l’economista dell’Ocse – più di 13 milioni di adulti hanno competenze linguistiche e matematiche di basso livello e l’investimento in capitale umano è modesto. Dall’altra parte, la domanda di formazione, in particolare nelle piccole imprese, resta limitata nonostante le risorse private, nazionali ed europee a disposizione. E le competenze degli imprenditori, proprietari d’azienda e manager stessi sono inferiori a quelle che si riscontrano in altri Paesi. Bassa offerta e bassa domanda di competenze fanno dell’Italia un’economia che in certi segmenti sembra più in concorrenza con gli Emergenti che con i propri partner europei e Ocse. Ma invece di essere un vantaggio per il sistema economico, questo costituisce la condanna definitiva perché, in una competizione basata sul salario più basso, ovviamente i Paesi in via di sviluppo hanno un vantaggio evidente”.

E quindi, qual è la ricetta che suggerisce Garnero? “C’è bisogno di una strategia complessiva capace di attaccare il problema da più lati: da una parte garantire minimi salariali adeguati (per legge o via la contrattazione) e assicurare che poi questi vengano rispettati modernizzando gli strumenti di controllo e ispezione a partire da un uso più intelligente dei dati già a disposizione. In parallelo, il sistema di welfare deve essere disegnato in modo tale da incentivare al massimo l’occupazione e il lavoro a tempo pieno. Infine, serve affrontare le debolezze macroeconomiche e di politica industriale e gli investimenti in istruzione e formazione, con l’obiettivo di aumentare quantità e qualità del lavoro nel nostro Paese. Vasto programma, certo. Ma che assomiglia molto a quello del Pnrr. Motivo in più per augurarsi che funzioni”.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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