Le nuove generazioni non vogliono sentir parlare di sacrifici, di una vita interamente (o per la maggior parte) dedicata al lavoro. Gli esperti, a cominciare dal giornalista del New York Times Kevin Roose, così, hanno già coniato una nuova etichetta: quella che si affaccia all’età adulta è la generazione Yolo, “you only live once”, vale a dire “si vive una volta sola”, come canta il rapper Drake.
Millennials e Generazione Z ci sono dentro fino al collo, soprattutto dopo il Covid.
Roose ha osservato come migliaia di lavoratori americani hanno abbandonato posti sicuri per inseguire passioni, avviare startup o semplicemente riappropriarsi del proprio tempo.
Ora: questo fenomeno è stato approfondito qualche settimana fa anche in Italia: “Il fenomeno Yolo ha caratteristiche diverse a seconda dell’economia a cui fa riferimento”, ha spiegato all’Ansa Milena Gammaitoni, sociologa dell’Università di Roma3.
“Negli Stati Uniti riguarda persone con un alto reddito che abbandonano il lavoro per avere un miglioramento della propria qualità di vita. E questo per vari motivi: allontanarsi per esempio da un ambiente di lavoro tossico, o perché manca l’evoluzione formativa attesa”.
Fatto sta che l’ondata di dimissioni non è passata inosservata ai giganti della tecnologia. Microsoft, nel suo Work Trend Index 2021, ha certifica il terremoto: oltre il 41% della forza lavoro globale prende in considerazione l’idea di lasciare il proprio impiego nello stesso anno.
Le analisi di Microsoft su trilioni di segnali di produttività rivelano una “stanchezza digitale” insostenibile, con tempi di riunione raddoppiati e un sovraccarico di chat che spinge lavoratrici e lavoratori verso il burnout, alimentando il desiderio di flessibilità estrema e modelli di lavoro ibridi.
E comunque: se negli Stati Uniti il fenomeno viene alimentato da risparmi accumulati e mercati in ripresa, in Italia il traino è la necessità “e la dignità”:
“I giovani hanno capito dalle generazioni precedenti che sacrificare la vita per il lavoro non garantisce una ricompensa futura”, ha dichiarato Alessandro Gandini, ricercatore dell’Università di Milano e coordinatore del progetto Genwork.
In Italia l’approccio Yolo “non è un edonismo pigro, ma una scelta di necessità”.
Il progetto Genwork ha analizzato proprio come la Generazione Z stia portando una relazione più “strumentale” con l’impiego, privilegiando l’equilibrio presente rispetto alla promessa (spesso tradita per i Millennials) di un futuro radioso. O, spesso, anche solo dignitoso.
La sociologa di Uniroma3 Milena Gammaitoni sottolinea la profonda frattura tra il contesto americano e quello europeo. Se oltreoceano a dimettersi sono appunto spesso professionisti ad alto reddito, in Italia la tendenza riguarda giovani altamente qualificati che fuggono da salari stagnanti e precarietà strutturale.
“Gli adulti non sono più in grado di garantire le sicurezze di un tempo, come la casa, la pensione o il posto fisso, e i giovani rispondono rifiutando ambienti di lavoro vessatori e redditi insufficienti”, ha sottolineato ancora la docente.
Nel Nord Europa, ha raccontato la sociologa, le aziende, allarmate dalle indagini di Microsoft sulla ritenzione dei talenti, hanno iniziato a offrire benefit e più ferie per trattenere i lavoratori. “In Italia, invece, questo welfare aziendale stenta a decollare, alimentando una fuga dei cervelli verso paesi capaci di offrire una qualità della vita e delle relazioni professionali superiore”.
Una prospettiva clinica è stata fornita dalla professoressa Cinzia Niolu dell’Università di Roma Tor Vergata, che evidenzia come in Italia il fenomeno Yolo sia mediato dal sistema familiare.
A differenza degli Stati Uniti, dove le famiglie tendono a essere più “evanescenti” dopo i 18 anni, in Italia la famiglia regge laddove il welfare generale fallisce, permettendo ai giovani di affrontare periodi di inattività o precariato senza cadere nell’indigenza.
Tuttavia, Niolu ha messo in guardia sulla fragilità psicologica della Generazione Z, segnata da un senso di solitudine percepita che colpisce il 50% degli studenti e da una profonda disillusione: “A che serve studiare se la laurea non vale niente?”, è un pensiero sempre più diffuso.
Rispetto alle lotte collettive del passato, oggi prevale una frammentazione che toglie forza al gruppo, portando spesso a un’accettazione passiva di condizioni inaccettabili per semplice istinto di sopravvivenza.
C’è da dire, in conclusione, che i dati Gallup 2023 mostrano un quadro impietoso per l’Italia, che si classifica all’ultimo posto in Europa per work engagement, con appena il 5% dei lavoratori e delle lavoratrici che si dichiara coinvolto nel proprio impiego. Il fenomeno del Quiet Quitting (fare lo stretto necessario previsto dal contratto) raggiunge in Europa il 72%, segno di una disconnessione psicologica profonda.
Le imprese del futuro, quindi, dovranno trasformarsi da gestori di “risorse umane” a sviluppatori di “esseri umani pieni di risorse”, offrendo flessibilità, senso e autonomia, se vorranno sopravvivere a questa rivoluzione silenziosa. Come dire: la vita è adesso.

