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Studenti fuori sede: perché deve pagare il proprietario di casa se lo Stato non investe nelle università?

Il caro affitti è un problema reale, ma la soluzione non può essere imporre sacrifici ai proprietari. Servono campus, residenze universitarie e investimenti negli atenei del territorio, soprattutto al Sud

Le proteste degli studenti fuori sede riportano all’attenzione un problema certamente reale: il costo degli affitti nelle principali città universitarie italiane è diventato, per molte famiglie, difficilmente sostenibile.

Tra canoni di locazione, trasporti, alimentazione e spese quotidiane, studiare lontano da casa rischia di trasformarsi in un privilegio riservato a chi dispone di maggiori possibilità economiche.

Ma riconoscere il problema non significa necessariamente condividere le soluzioni proposte.

Il diritto allo studio, che deve essere garantito, non può trasformarsi automaticamente nell’obbligo per un proprietario di mettere a disposizione il proprio immobile alle condizioni economiche richieste da altri.

Chi possiede una casa ha spesso sostenuto sacrifici per acquistarla, affronta imposte, manutenzioni e rischi. Non tutti i proprietari sono grandi investitori immobiliari: molti sono semplici famiglie che integrano il proprio reddito attraverso una locazione.

È giusto favorire contratti agevolati, incentivi e politiche abitative, ma non si può pretendere che siano i singoli cittadini a compensare le carenze della programmazione pubblica.

Se lo Stato considera il diritto allo studio una priorità, deve assumersi la responsabilità di garantirlo.

Perché tutti devono studiare nelle stesse città?

Esiste poi una domanda che raramente viene posta: perché migliaia di giovani devono necessariamente trasferirsi a Milano, Bologna, Roma o Firenze, quando in Italia esistono università distribuite su tutto il territorio nazionale?

Naturalmente ogni studente deve essere libero di scegliere l’ateneo più adatto alle proprie aspirazioni. Non tutte le università offrono gli stessi corsi e le medesime opportunità.

Ma se un giovane residente in Campania, Puglia, Calabria o Sicilia trova un percorso universitario adeguato vicino a casa, perché dovrebbe necessariamente trasferirsi a centinaia di chilometri, affrontando costi enormemente superiori?

La libertà di scegliere dove studiare è sacrosanta. Tuttavia, non può significare che qualsiasi scelta individuale debba essere economicamente sostenuta attraverso sacrifici imposti ad altri cittadini.

La soluzione sono i campus universitari

La risposta strutturale al caro affitti dovrebbe essere innanzitutto la realizzazione di campus e residenze universitarie.

Servono alloggi accessibili, mense, biblioteche, servizi e collegamenti efficienti, attraverso investimenti pubblici e collaborazioni con i privati.

Uno studente fuori sede dovrebbe poter trovare sistemazione in una residenza universitaria, senza essere costretto a competere sul mercato immobiliare con lavoratori e famiglie.

Se mancano posti letto, il problema non è soltanto il prezzo richiesto dai proprietari: è soprattutto l’insufficienza delle infrastrutture destinate agli studenti.

Investire nelle università del Sud significa fermare l’emigrazione giovanile

Ma c’è un aspetto ancora più importante.

Da decenni il Mezzogiorno perde giovani che si trasferiscono al Centro-Nord per studiare e, spesso, non tornano più.

Le famiglie meridionali sostengono costi elevatissimi per mantenere i figli lontano da casa, mentre i territori di origine perdono competenze, professionalità e opportunità di sviluppo.

Perché allora non investire maggiormente nelle università del Sud, potenziando didattica, ricerca, laboratori, residenze e collegamenti con il mondo del lavoro?

Rafforzare gli atenei meridionali significa creare occupazione qualificata, attrarre investimenti e offrire ai giovani concrete prospettive professionali.

Non si tratta di impedire ai ragazzi di partire, ma di evitare che partire diventi l’unica possibilità per costruirsi un futuro.

Un’università del Sud deve poter competere con quelle del Nord, senza essere considerata una scelta di ripiego.

Il diritto allo studio è un dovere dello Stato

La Costituzione tutela il diritto dei capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi.

Ma proprio perché si tratta di un diritto costituzionale, spetta alle istituzioni garantirne l’effettivo esercizio attraverso politiche pubbliche e investimenti adeguati.

Non significa giustificare affitti eccessivi o comportamenti speculativi, ma distinguere le responsabilità.

Il proprietario di un immobile non può diventare il soggetto chiamato a risolvere, con il proprio patrimonio, le insufficienze del sistema universitario.

E allora, anziché alimentare una contrapposizione tra studenti e proprietari, sarebbe più utile rivolgere le rivendicazioni a chi deve programmare e finanziare università, campus e residenze.

La vera soluzione non è convincere i proprietari ad affittare a meno, ma creare le condizioni affinché studiare non significhi necessariamente emigrare.

Investire nei campus significa affrontare l’emergenza abitativa. Investire negli atenei territoriali significa offrire alternative. Investire nelle università del Mezzogiorno significa contribuire a risolvere uno dei problemi storici del nostro Paese.

Perché il vero obiettivo dovrebbe essere un’Italia nella quale i giovani siano liberi di partire, ma abbiano anche la possibilità concreta di restare.

E costruire un campus universitario al Sud non significa soltanto dare una casa a uno studente. Significa contribuire a dare un futuro a un territorio.

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Autore - Articoli pubblicati: 239

Segretario Generale Confederazione SELP

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