Il gran caldo, le temperature in crescita e che, specie nelle città, peggiorano la qualità della vita attraverso la formazione delle isole di calore, come impatta sul lavoro?
Secondo varie analisi, in prospettiva, molto peggio dell’Intelligenza artificiale.
Stando alle stime più preoccupanti come quella del World Economic Forum, volendo fare un paragone con l’IA, quest’ultima è vero che toglierà 92 milioni di posti di lavoro, ma d’altra parte ne creerà 170 milioni. Mentre il caldo rovente sarà solo una mattanza. Si tratta di 80 milioni di posti di lavoro per un equivalente di 2,4 trilioni di dollari di perdita economica ogni anno.
Alcuni pensano che la strategia per tamponare il problema, allora, sia accorciare l’orario nei mesi estivi.
Certo, però: bisogna distinguere tra chi lavora in ufficio, magari con l’aria condizionata, e chi lavora all’aperto.
La piattaforma Torcha ha ricordato uno studio del 2019 condotto dalla International Labour Organization il quale riferiva che entro il 2030 il 2,2% delle ore di lavoro in tutto il mondo andrà perso a causa delle temperature in crescita.
Per quanto riguarda l’Italia, uno studio Inail-Cnr del 2025 ha calcolato all’anno più di 4.000 infortuni legati al caldo. I settori più esposti sono edilizia, agricoltura e logistica. Ma le alte temperature incidono anche sulla produttività: in media calda del 6,5% con picchi dell’80%. Questo comporta un costo annuale di 50 milioni di euro per la collettività.
Lo stress termico è un’esperienza comune a tutti i lavoratori: anche per chi lavora in ufficio non soltanto perché si è più irritabili, ma anche perché si dorme peggio di notte.
Tutto questo, senza contare che il caldo significa climatizzatori accesi, dunque alta domanda di energia.
In questi mesi di crisi dovuta alla chiusura dello Stretto di Hormuz, l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha suggerito alle aziende di favorire lo smart working. Certo, però: non sempre è possibile questa soluzione.

