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Se al Festival di Sanremo c’è una canzone su chi muore sul lavoro

È quella di Paolo Jannacci e Stefano Massini: tocca una ferita della società italiana che ancora sanguina e fa male con numeri che fanno rabbrividire. Ma che, secondo l'editorialista di Repubblica Giordano Bruno, rappresenta ancora un tabù

Non solo trattori a Sanremo. Sulla più ambita ribalta italiana, con “L’uomo nel lampo”, Stefano Massini e Paolo Jannacci hanno cantato di un giovane ucciso dal lavoro, smembrato da un’esplosione che impedirà a lui e a suo figlio di guardarsi negli occhi almeno una volta.

Lo ha ricordato sulle pagine di Repubblica Giordano Bruno, editorialista specializzato sul tema del lavoro.

“Salire sulla ribalta di Sanremo con questo tema è un atto coraggioso, come lo fu quello di Dario Fo e Franca Rame, conduttori di Canzonissima del 1962, che per la prima volta parlarono in televisione di morti sul lavoro, malattie professionali e ironizzavano sulla mafia”. Per questo, ricorda Bruno, Fo e Rame scontarono per sedici lunghi anni una censura di fatto, “così come capitò a “Vincenzina e la fabbrica” di Enzo Jannacci, la canzone che racconta della vita in fabbrica che non c’è per un’emigrata del Sud inghiottita nelle nebbie del boom economico, oppure a Rino Gaetano che con la sua Berta filava che filava l’amianto e muore per questo”.

Fatto sta che ora, per Bruno, “sarebbe bello se, come avviene per sensibilizzare sul femminicidio, ogni artista dedicasse nei concerti uno spazio a chi muore sul lavoro, a iniziare da quei cantanti che hanno visto giovani operai morire a Reggio Calabria e Trieste mentre montavano i palchi per farli esibire”.

“Il testo – ricorda l’editorialista di Repubblica – non è solo denuncia, o impegno civile, ma commuove, fa vergognare chi deve far qualcosa, fa la differenza contro l’indifferenza dell’opinione pubblica e della politica, rispetto alla più grande tragedia italiana. Nel 2023, i morti effettivi sul lavoro sono stati oltre 1.400 (non solo quelli denunciati all’Inail), la media di 4 al giorno, 1 ogni 6 ore, 1 ferito al minuto, quindi migliaia di orfani, vedove, genitori, parenti, amici la cui vita è travolta per sempre. In Italia, nel 2023 ci sono stati 42 femminicidi (non 102, numero che comprende gli assassini di donne uccise anche per ragioni non di genere). Il lavoro, quindi, uccide 33 volte in più ma non merita la stessa attenzione. La consegna del silenzio rimane”.

“Massini e Jannacci pungolano – è la speranza di Bruno – anche la woke generation, bussano al cuore e alla mente dei ragazzi sensibili e attivi con gli ideali dell’inclusività, della giustizia sociale, dell’etica dei consumi, dell’ambiente per ricordare loro che ancora esistono i colletti blu, i ponteggi su cui si sale da 18 a 65 e più anni e da cui si cade per l’ultima volta, gli scaffali dei supermercati su cui arrivano passate di pomodoro raccolto con le braccia di uomini e donne pagati tre euro l’ora, senza alcun diritto, i giovani che muoiono su una bicicletta mentre fanno i rider per pochi euro a consegna”.

“Questa canzone – conclude Giordano Bruno – scuote anche chi pensa di lottare contro il surriscaldamento del pianeta sporcando monumenti e opere d’arte ricordandogli che ci sono altri giovani, figli di operai, la cui vita è annerita per sempre”. L’auspicio è che, di fronte alle loro tragedie, la Rai del 2024 sia diversa da quella del 1962.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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