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Che l’otto marzo non sia la festa delle ammortizzatrici sociali

Così le ha definite l'economista Veronica De Romanis trovando il perchè si fa poco o nulla per cancellare un dato che inchioda l'Italia in fondo alla classifica europea: da noi, lavora solo una donna su due. Anche la Grecia fa meglio

La festa delle donne di quest’anno dovrebbe essere celebrata con una consapevolezza in più stando al pensiero dell’economista Veronica De Romanis affidato l’altro giorno alle pagine del Foglio: è il lavoro la grande questione femminile in Italia. Una questione da riportare quanto prima al centro dell’agenda politica.

“In Italia – è il dato da cui parte il ragionamento della De Romanis – solo una donna su due tra i 20 e i 64 anni lavora. Un’evidenza ancor più preoccupante se confrontata con quelle dei partner europei: il tasso di occupazione femminile in Germania raggiunge il 77%, in Francia il 65%, in Grecia il 56%, in Italia, ultima in classifica, si ferma al 52%. Abbattere questo divario, quindi, dovrebbe essere la priorità”.

Ma perché non si fa poco o nulla per cambiare questo stato di cose? De Romanis, una risposta a questa domanda, ce l’ha: “Le donne senza un impiego, in Italia, agiscono da ammortizzatrici sociali: svolgono compiti spettanti allo Stato. Il quale, quindi, può risparmiare risorse da destinare a utilizzi più convenienti dal punto di vista elettorale, almeno nel breve termine. Del resto – analizza l’economista – per vedere come le disoccupate agiscano da ammortizzatrici sociali basta pensare al periodo del Covid. L’Italia, con 38 settimane, è stato il Paese in Europa che ha avuto più settimane di Didattica a distanza dopo Polonia e Slovenia. In Spagna, sono state 15; in Francia, 12. Il Governo Conte 2 stabilì un periodo così lungo perché sapeva di poter contare su un esercito di mamme non lavoratrici. A lungo termine, però – avverte De Romanis – questa è una scelta fallimentare. A cominciare dalla demografia. Le esperienze internazionali dimostrano che le donne che lavorano tendono ad avere più figli perché possono contare su una stabilità finanziaria. Non è dunque un caso se l’Italia è il Paese europeo non solo con il tasso di occupazione femminile più basso ma anche con quello di natalità minimo”.

Allora come si passa dal circolo vizioso in atto a uno virtuoso? I piani di intervento, secondo De Romanis, sono essenzialmente tre: la crescita, le infrastrutture e la cultura. “A dicembre 2023, gli occupati in più rispetto a dicembre 2022 sono stati circa mezzo milione. Andando a disaggregare i dati, tuttavia, emerge una situazione non positiva per l’occupazione femminile. In sintesi, a dicembre l’occupazione cresce ma non per le donne che escono dalla forza lavoro. Si tratta di dati congiunturali, passibili di variazioni, ma certamente da non sottovalutare. Le poche donne che lavorano devono poter continuare a farlo anche in presenza di figli. E il divario si colma con diverse azioni, la principale delle quali è la creazione di asili nido: anche in quest’ambito siamo in fondo alla classifica: solo il 28% dei bambini di età compresa tra zero e tre anni trova un posto. Il terzo piano di intervento, poi, il più sottovalutato ma forse il più importante, è quello culturale – conclude l’economista – Le donne competenti ci sono ma gli uomini che decidono non le vedono. E quindi non le nominano. Per questo servono le quote di genere: sono poco popolari, ma solo con esse si velocizza il processo di emancipazione culturale”.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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