L’uso dell’intelligenza artificiale sul lavoro è ormai un dato di fatto: il 58% dei professionisti negli ambiti creativi, cognitivi o impiegatizi la utilizza regolarmente, con picchi all’80% in Usa e nelle economie avanzate.
Andrea Daniele Signorelli, giornalista che si occupa dell’impatto delle nuove tecnologie, su Wired, ha analizzato se l’Intelligenza artificiale, come ChatGPT, abbia davvero liberato i lavoratori da compiti noiosi, riducendo le ore lavorative.
Questa era la profezia di Elon Musk. Ma gli studi mostrano l’opposto: l’IA aumenta il lavoro, spinge le persone ad assumersi un maggior carico.
Un esempio: delle ricercatrici della University of California di Berkeley hanno osservato 200 impiegati in un’azienda tech. Ebbene: “l’espansione dei compiti” si è rivelato come il fattore chiave.
L’IA, certo, può colmare delle lacune cognitive. Ma questo “potenziamento cognitivo” sta portando i lavoratori ad essere più multitasking, anche se devono verificare continuamente gli output dell’IA.
Di conseguenza, le aspettative di velocità vengono deluse: email, chat e tool gestionali amplificano l’impegno richiesto quotidianamente.
L’analisi di ActivTrak su 164.000 lavoratori in 1.000 aziende sembra confermarlo: il tempo che si spende per le email o le chat è raddoppiato, i tool aziendali fanno segnare un +94% mentre il lavoro focalizzato un -9%.
Le riunioni su Zoom fanno segnare un +250% dal 2020 mentre gli smartphone sono in servizio permanente.
L’IA, quindi, almeno per ora, aumenta l’efficienza, ma il tempo che ci fa risparmiare in realtà siamo portati a dedicarlo a ulteriori compiti lavorativi.

