Trump la chiama “Super intelligenza”, ma il nodo della faccenda non cambia: come sviluppare le nuove tecnologie? In quale direzione? E soprattutto: c’è il rischio di perdere milioni di posti di lavoro?
Le prime risposte della politica italiana a queste domande sono emerse nel corso del forum “IA e lavoro, l’allarme sull’occupazione” promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili, presieduta da Luigi Pagliuca.
Secondo l’Istat, nel 2025, soltanto il 16% delle PMI utilizzava sistemi di IA, mentre le grandi imprese superavano il 50%. Un divario che deve essere colmato perché, stando all’auspicio generale, la diffusione dell’Intelligenza artificiale deve avvenire nel modo più democratico possibile, attraverso piattaforme diverse e senza favorire la nascita di monopoli.
Il sogno, quindi, è che ogni Paese possa sviluppare sistemi di IA da porre al servizio dei cittadini: una sfida ormai centrale anche sul piano geopolitic, è stato sottolineato da Paolo Emilio Russo, deputato di Forza Italia in Commissione Affari costituzionali a Montecitorio,
Secondo Anna Ascani, vicepresidente Pd della Camera dei deputati, l’Europa dovrebbe avere un ruolo più importante nella partita delle nuove tecnologie: “Gli investimenti nell’Intelligenza artificiale si concentrano nelle mani di poche aziende, soprattutto negli Stati Uniti e in Cina. E questo determina un accumulo di risorse e potere tecnologico destinato ad ampliare le disuguaglianze e a modificare gli equilibri geopolitici. Lo dimostrano i negoziati sulle terre rare tra Donald Trump e Xi Jinping, ma anche i conflitti alimentati dalla competizione per il controllo delle materie prime e delle infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’IA”.
“La corsa verso sistemi sempre più avanzati – ha fatto presente la deputata dem – richiede limiti chiari e strumenti di sicurezza. Per rendere questa trasformazione più democratica occorre aumentare gli attori coinvolti, a partire dall’Unione Europea. Finora l’Europa ha svolto un ruolo prezioso come regolatore, introducendo norme capaci di contenere i rischi e tutelare i diritti. Ora deve diventare protagonista sul piano industriale e tecnologico, investendo in ricerca, competenze e piattaforme autonome. Soltanto un maggiore pluralismo potrà evitare che l’IA diventi uno strumento nelle mani di pochi e prevenire i pericoli riconosciuti dagli stessi protagonisti del settore”.
Laura Cavandoli, parlamentare della Lega in Commissione Agricoltura della Camera, ha comunque sottolineato che “l’Italia è stato il primo Paese UE ad approvare una normativa nazionale organica sull’intelligenza artificiale, in attuazione dell’AI Act. La direzione è chiara: questa tecnologia non deve diventare appannaggio esclusivo delle grandi aziende, ma generare un benessere diffuso. Lo scorso luglio – ha aggiunto Cavandoli – ho presentato alla Camera il ‘Manifesto per l’Italia digitale’ per accelerare la trasformazione digitale del Paese, proponendo un voucher dedicato a sostenere gli investimenti in tecnologie e competenze digitali da parte di micro, piccole e medie imprese, professionisti ed enti del Terzo Settore. L’obiettivo è rendere i dati disponibili a tutti, sostenendo l’innovazione e riducendo le disuguaglianze, sotto il monitoraggio di un Comitato per l’attuazione della strategia nazionale”.
Per Giulia Pastorella, deputata di Azione in Commissione Trasporti a Montecitorio, “l’intelligenza artificiale deve essere adottata in tutti i settori e nelle imprese di ogni dimensione. La prima sfida è costruire le competenze per utilizzarla efficacemente, dalle Pmi alle grandi aziende. La seconda è riconoscerne le potenzialità, superando il tecno-scetticismo e la convinzione che gli investitori internazionali non siano interessati a sostenere il sistema produttivo italiano”.
Elisabetta Polentini, commercialista e revisore legale dell’Odcec di Roma, ha espresso il parere dei professionisti: “L’entrata a regime della governance prevista dall’AI Act rende indispensabile una formazione strutturata e adeguata ai diversi ruoli professionali. Il Regolamento europeo impone infatti a fornitori e utilizzatori di sistemi di intelligenza artificiale di promuovere l’alfabetizzazione del personale e dei collaboratori. Investire nelle competenze consente non soltanto di ridurre i rischi e rispettare gli obblighi normativi, ma anche di utilizzare l’IA in modo sicuro, etico e capace di generare nuove opportunità”.
Paolo Longoni, consigliere dell’Istituto nazionale Esperti contabili, ha evidenziato invece che “gli ingenti capitali necessari per sviluppare l’intelligenza artificiale rischiano di concentrare tecnologia e ricchezza nelle mani di pochi operatori. Per contrastare questo oligopolio, Fondo monetario internazionale e Ocse indicano tre priorità: trasferire parte del carico fiscale dal lavoro al capitale, creare data center pubblici accessibili anche alle Pmi e introdurre nuovi strumenti di welfare capaci di redistribuire alla collettività i benefici economici generati dall’IA”.

