L’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV mette al centro una tesi netta: l’intelligenza artificiale deve servire la persona, non sostituirla o piegarla alla sola logica dell’efficienza. Nel testo, presentato in questi giorni, il Papa lega la questione tecnologica alla dignità umana e al lavoro, riprendendo il solco della dottrina sociale della Chiesa nel 135° anniversario della Rerum Novarum.
L’enciclica insiste sul fatto che la tecnica non è neutrale: può ampliare partecipazione e giustizia, ma anche generare nuove forme di dominio e disuguaglianza.
Leone XIV invita a “disarmare” l’IA, cioè a sottrarla a usi che concentrano potere e riducono l’essere umano a un dato o a una funzione.
Ma il documento è un testo sulla “custodia dell’umano” nell’epoca algoritmica, più che come un semplice intervento contro l’innovazione.
Il punto nodale è il mondo del lavoro.
In Italia, l’IA è già al centro di una “rivoluzione delle competenze”, tanto è vero che il Ministero del Lavoro ha avviato un osservatorio dedicato all’adozione dei sistemi di IA proprio per monitorarne l’impatto su aziende e lavoratori e accompagnare la riqualificazione professionale.
L’idea è che lIA non elimini soltanto posti, ma redistribuisca mansioni, valore e potere contrattuale dentro le imprese.
Entro il 2030, questa prima ondata di IA potrebbe regalare un saldo positivo ma accompagnato da forti spostamenti occupazionali e da un bisogno massiccio di reskilling.
In questo quadro, l’enciclica di Leone XIV assume un valore politico e sociale: chiede regole, formazione e tutele per evitare che la produttività aumenti al prezzo della precarietà.
La linea che emerge è chiara: l’IA può migliorare processi e produttività, ma senza una buona governance rischia di allargare disuguaglianze e indebolire il lavoro umano. Per Leone XIV, la vera domanda non è quanto l’IA possa fare, ma quale idea di uomo e di società vogliamo difendere mentre la adottiamo.

