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Il mondo del lavoro degli immigrati: i dati della ricerca Eurispes

Il 78,1% ha un impiego, il 13,2% non lo ha (ma lo sta cercando) e l'8,6% vive senza

Eurispes ha condotto un’indagine sulla condizione degli immigrati in Italia. È vero che ci rubano il lavoro? È vero che alterano le dinamiche del mercato del lavoro abbassando, con la loro disponibilità di manovalanza a bassissimo costo, stipendi e salari?

Detto che 23,3% degli immigrati raggiunge il nostro Paese per una questione di povertà, tra di loro è diffusa l’idea che in Italia c’è benessere economico (15,5%) e che il nostro sia un Paese accogliente con gli stranieri (10,6%).

C’è da dire, però, che molti rimangono qui per le regole internazionali (10%), ed un 9,8% ritiene che in Italia ci sia la possibilità di trovare lavoro.

A proposito del sottobosco che finisce poi spessissimo nel mondo del lavoro in nero, gli stranieri privi di permesso di soggiorno rappresentano il 15,5%. Ma soprattutto: il 78,1% degli immigrati ha un lavoro in Italia, il 13,2% non lo ha ma lo sta cercando, l’8,6% non lo sta cercando.

Sempre secondo Eurispes, gli uomini che lavorano sono più numerosi rispetto alle donne: 83,1% vs 69,3%. Tra chi ha un permesso di soggiorno la percentuale di chi lavora è più elevata rispetto a chi ne è privo (80,7% vs 64,2%). Mentre il 22,2% di chi non ha il permesso di soggiorno sta cercando una occupazione, il 13,6% non la cerca.

Inoltre, il 93,4% degli immigrati occupati afferma di svolgere un solo lavoro, il 6,6% dichiara di svolgerne più di uno. È possibile, inoltre, che tale valore sia sottostimato, poiché spesso si tratta di lavoro nero e sommerso.

Focalizzandoci ancora sulla condizione lavorativa dei residenti stranieri in Italia, si nota una quota prevalente di rapporti di lavoro stabili (62,4%), mentre il 32,4% dichiara un impiego periodico o stagionale e il 5,2% un’occupazione saltuaria o occasionale.

Cosa significa? Che l’inserimento nel mercato del lavoro italiano ha assunto una configurazione tendenzialmente continuativa, sebbene una quota non trascurabile, pari a oltre un terzo del campione, si trovi in una condizione di precarietà temporale legata alla natura stagionale o periodica dell’attività svolta.

La somma delle due categorie non stabili raggiunge infatti il 37,6%, a indicare come oltre un terzo dei lavoratori stranieri operi al di fuori di un orizzonte occupazionale pienamente consolidato. La quota di occupazione stabile che cresce in modo pressoché lineare al crescere del livello di istruzione.

Tra chi non possiede alcun titolo o ha la sola licenza elementare, la quota di lavoro stabile si ferma al 32,3%, mentre sale al 54,9% tra i diplomati di licenza media, al 73,6% tra i diplomati di maturità, fino a raggiungere il 93,5% tra i laureati. Lo scarto tra gli estremi della distribuzione supera dunque i 60 punti percentuali.

Ma che lavoro fanno gli immigrati in Italia? Essi sono soprattutto operai (20,4%) e lavoratori agricoli (12,8%). Ma anche badanti e domestici/addetti alle pulizie (per il 6,9%), impiegati privati, camerieri/aiuti in cucina (per il 5,9%), scaricatori/facchini e rider/fattorini (al 5,4%), cuochi/pizzaioli (al 5,2%).

Si tratta di un insieme di occupazioni che, pur diversificate per natura, condividono caratteristiche di bassa qualificazione e ridotta stabilità contrattuale. Le professioni a maggiore qualificazione restano marginali nella distribuzione complessiva: il libero professionista raccoglie il 4,2%, l’imprenditore il 2,2% e l’impiegato pubblico appena lo 0,7%, quest’ultimo tra i valori più contenuti dell’intera distribuzione. Anche le attività commerciali, sia in forma di esercizio fisso che ambulante, si mantengono su quote ridotte, rispettivamente al 3,7% e all’1%.

E comunque: il lavoro è fondamentale per integrarsi. E un dato confortevole, sempre di Eurispes, è questo: solo un immigrato su dieci percepisce atteggiamenti razzisti anche se 24,3% degli immigrati dice di aver ricevuto almeno una proposta di lavoro illegale (escluso il lavoro nero) nel corso della propria esperienza in Italia.

Ma come trovano lavoro in Italia? Le reti relazionali informali si confermano fondamentali: il 47,7% ha trovato lavoro soprattutto tramite parenti o amici, il 29% tramite un proprio connazionale.

Sotto l’aspetto contrattuale, poi, la prevalenza è quella dei contratti a tempo indeterminato, indicata dal 37,5% degli immigrati, seguita dal 30,8% che dichiara un contratto a tempo determinato. Fatto sta che, sommando le due tipologie di contratto stabile e a termine, il 68,3% degli intervistati dispone di una forma contrattuale riconosciuta, mentre forme più precarie come l’apprendistato e il contratto atipico raccolgono incidenze marginali, rispettivamente l’1,5% e il 3,7%.

Ma chi dichiara di non avere alcun contratto è il 23,8%, a cui si aggiunge lo 0,7% in attesa di regolarizzazione.

E comunque: gli immigrati sono soddisfatti di quanto guadagnano? Il 52,1%, ritiene il proprio stipendio sufficiente. Una quota significativa, pari al 30,5%, lo giudica invece scarso.

Il giudizio sul comportamento del datore di lavoro nei confronti dei lavoratori stranieri risulta prevalentemente positivo, con la maggioranza degli immigrati, pari al 54,1%, che lo definisce corretto. Una quota più contenuta, pari all’8,8%, attribuisce al proprio datore di lavoro un atteggiamento di sostegno, descrivendolo come una figura che cerca di aiutare. Sul fronte delle valutazioni negative, il 19,7% giudica il comportamento del proprio datore di lavoro non corretto, mentre il 6,4% dichiara di subire maltrattamenti, un dato che, pur restando contenuto in termini percentuali, segnala la presenza di forme di abuso che coinvolgono una quota non trascurabile di lavoratori stranieri.

Le donne straniere occupate in Italia esprimono un giudizio sensibilmente più positivo sul comportamento del proprio datore di lavoro rispetto agli uomini. Il 67,9% delle lavoratrici definisce corretto l’atteggiamento del datore di lavoro, contro il 47,5% degli uomini, con uno scarto superiore ai 20 punti percentuali. Sul fronte opposto, quasi un quarto degli uomini (23,9%) giudica non corretto il comportamento del datore di lavoro, a fronte del 10,7% delle donne. Tra i lavoratori uomini risultano inoltre più frequenti le segnalazioni di maltrattamenti (7,6% contro 3,8%) e la condizione di assenza di un datore di lavoro (14,1% contro 4,6%). Le donne, invece, indicano più spesso un datore di lavoro disponibile ad aiutarle (13% contro 6,9%). Secondo Eurispes, il dato va letto anche alla luce della forte presenza femminile in settori come il lavoro domestico e l’assistenza alla persona, caratterizzati da dinamiche relazionali e contrattuali specifiche.

L’indagine mette inoltre in evidenza il peso della regolarità del soggiorno nelle condizioni lavorative: tra chi possiede un permesso di soggiorno, il 55,2% valuta corretto il comportamento del proprio datore di lavoro, quota che scende al 46,2% tra gli irregolari. Ancora più marcata la differenza sul fronte dei maltrattamenti: il 15,4% di chi è privo di permesso dichiara di subirne, contro il 5,1% di chi è in regola. Per Eurispes, la mancanza del permesso di soggiorno rappresenta dunque un importante fattore di vulnerabilità ed esposizione a forme di abuso sul lavoro.

Il rapporto segnala infine uno scarso ricorso agli strumenti di tutela. L’80,8% degli immigrati afferma di non essersi mai rivolto a sindacati, patronati o altre agenzie di supporto. Tra le motivazioni principali, il 39,2% sostiene di non averne avuto bisogno, mentre il 24% ritiene che queste strutture non possano essere utili. Un ulteriore 21,3% dichiara di non sapere a chi rivolgersi, evidenziando un deficit informativo. La mancanza di fiducia nelle istituzioni di tutela riguarda il 12,2% degli intervistati, mentre barriere linguistiche e condizione di irregolarità incidono in misura marginale, rispettivamente con l’1,8% e lo 0,3% delle risposte.

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Collaboratrice - Articoli pubblicati: 33

Giornalista professionista, si occupa delle intersezioni tra mercato del lavoro, dinamiche economiche e trasformazioni sociali. Con un approccio analitico ma sempre attento al lato umano, esplora come le grandi decisioni finanziarie ricadano sulla quotidianità dei cittadini e sulla cultura contemporanea

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