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Perchè per i giovani è tanto difficile fare carriera in Italia?

Se l'è chiesto Luisa Rosti, docente di Economia del Lavoro presso l'Università di Pavia. Solo il 18% dei nostri dirigenti è under 40

Che l’Italia non sia esattamente un Paese favorevole all’ingresso e alla carriera dei giovani nel mondo del lavoro lo si evince dal dato secondo il quale gli individui con meno di quarant’anni costituiscono solo il 33% degli occupati. A questo, poi, se ne accompagna un altro: la loro quota, tra i dirigenti, scende al 18%. Lo ha evidenziato sul Sole 24 Ore di oggi Luisa Rosti, docente di Politica Economica e di Economia del Lavoro presso l’Università di Pavia.

“È vero che le attitudini manageriali crescono con l’età e con l’esperienza e si confermano nel tempo – ha riflettuto la professoressa – Ma la prudenza italiana supera di gran lunga quella degli altri Paesi europei”.

Con la sola eccezione della Danimarca, infatti, la presenza giovanile nei ruoli dirigenziali è ovunque ben più consistente: in media, il 30% dei manager europei ha meno di quarant’anni. Nello specifico, hanno più giovani di noi la Spagna (24%), la Grecia (26%), la Germania (29%), la Francia (30%), il Belgio e la Romania (dove i giovani dirigenti sono il 35%). In Austria e in Polonia, poi, sono più del doppio dei nostri (36%).

“È una distanza davvero troppo marcata anche se si tiene conto del fatto che la quota delle persone con meno di 40 anni è in Italia di qualche punto percentuale più bassa rispetto alla media europea (30% contro 34%)”, ha sottolineato Rosti.

Ma perché per gli under 40 è così difficile farsi strada? “Se da un lato il settore privato dell’economia trova rischioso affidare ruoli dirigenziali ai giovani, d’altra parte, anche lo Stato, primo datore di lavoro del Paese, da questo punto di vista, non dà il buon esempio – ha risposto la professoressa – Il settore pubblico italiano, che in passato aveva sostenuto in modo consistente la domanda di lavoro dei giovani più istruiti, negli ultimi anni ha perso questo ruolo. Attualmente, infatti, la quota di occupati nel settore pubblico in Italia è ben al di sotto della media Oecd (rispettivamente 14% e 19%). E, in particolare, è marcatamente più bassa la percentuale di giovani tra i dipendenti del governo centrale: non raggiunge il 3% contro il 19% della media Oecd e mentre in Danimarca, Israele, Turchia e Ungheria i giovani costituiscono oltre il 30% degli occupati nel governo centrale del loro Paese (Oecd 2021). Per contro – ha continuato la docente – nessun altro Paese ci supera per anzianità dei dipendenti statali: in Italia, quasi la metà di loro ha più di 55 anni contro il 26% della media Oecd. E mentre in Australia, Ungheria, Israele, Giappone, Lussemburgo e Turchia la percentuale di anziani è inferiore al 20%, in Corea, addirittura non si arriva al 10%”.

“Questi dati – ha continuato la docente – evidenziano la lentezza dell’avvicendamento generazionale nelle posizioni apicali nel nostro Paese. Infatti, la percentuale di dirigenti che lavorano per la stessa azienda da più di 10 anni supera il 65%: primi in Europa anche in questo caso, con la media che si attesta al 52% e con Paesi come la Svezia, la Danimarca, la Finlandia e i Paesi Bassi che non superano il 45% (Eurostat 2022)”.

Ma davvero l’esperienza burocratica dei nostri dirigenti più anziani non ha niente da imparare dal confronto con i colleghi più giovani, portatori del cambiamento dentro le organizzazioni quando ne hanno il potere?

“Io – ha concluso Luisa Rosti – credo che anche noi boomer dovremmo farci carico del rischio di cui sopra, e affidare qualche posizione apicale in più ad una persona under 40. E non intendo riferirmi alle startup, ma proprio alle vecchie, tradizionali e consolidate posizioni del potere burocratico”.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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