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Svimez: con la guerra in Iran, industria in ginocchio nel Centro-Nord e prezzi più alti nel Mezzogiorno

L'associazione meridionalista calcola i possibili effetti della chiusura dello stretto di Hormuz e del conseguente shock energetico per il nostro Paese

Lo choc energetico scatenato dalla guerra in Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz rischia di mettere in ginocchio il sistema produttivo italiano. E a risentirne di più potrebbero essere l’industria, nel Centro-Nord, e il livello dei prezzi, nel Sud, soprattutto in caso di conflitto prolungato. È un quadro a tinte fosche quello disegnato da Svimez.
L’associazione meridionalista analizza gli effetti del blocco dello stretto di Hormuz, vero e proprio collo di bottiglia per l’offerta globale di petrolio. Da quelle parti, infatti, transita circa il 20% del greggio a livello mondiale, il 17 nel caso dell’Italia. Più contenuta l’incidenza sul gas, pari a circa il 3% a livello globale, ma comunque significativa per il nostro Paese dove supera l’8%. Quanto basta per innescare non solo un rincaro dell’energia, ma uno shock destinato a estendersi a beni intermedi e di consumo.
L’elemento chiave è la durata della guerra in Iran e del conseguente blocco dello stretto di Hormuz. Nello scenario più favorevole, nel 2026 il calo del Pil italiano calerà dello 0,3%, mentre nello scenario più avverso la contrazione potrebbe arrivare a mezzo punto. Sul piano territoriale le differenze potrebbero essere rilevanti. Nel primo scenario, la riduzione dell’attività è dello 0,3% nel Centro-Nord e dello 0,1 nel Mezzogiorno; nello scenario più pessimistico, il calo si accentua soprattutto nelle regioni centro-settentrionali toccando il -0,6%, mentre da Roma in giù si ferma a -0,2%.
Il maggiore impatto nel Centro-Nord è riconducibile alla struttura produttiva dell’area, più esposta ai diversi canali di trasmissione dello shock. A pesare potrebbe essere soprattutto l’aumento di prezzi energetici e beni intermedi. Questi, oltre a essere direttamente colpiti dall’incremento dei costi, rischiano di far aumentare i prezzi industriali, comprimendo così i livelli di attività produttiva. E questa dinamica appare più pericolosa per il Centro-Nord, dove si concentra la base industriale del Paese.
Il possibile rialzo dei prezzi innescato dallo choc energetico varia a seconda della durata. Nello scenario più favorevole, l’inflazione aumenta dello 0,8% medio annuo nel Centro-Nord e dello 0,7 nel Mezzogiorno. Nello scenario più avverso, invece, l’effetto sui prezzi raggiunge il +1,7% nel Centro-Nord e circa il +1,5 nel Mezzogiorno.
Gli effetti dell’inflazione sui consumi dovrebbero essere contenuti sull’intero territorio nazionale. Ma un elemento di preoccupazione c’è. Già nello scenario a tre mesi, infatti, lo shock inflattivo sarebbe sufficiente a sterilizzare l’incremento del reddito disponibile reale delle famiglie nel 2026. In uno scenario più prolungato, poi, il rischio è quello di una riduzione del reddito reale, con effetti depressivi sulla domanda e conseguenze sul Pil potenzialmente più rilevanti rispetto a quelle fin qui considerate.
Se la guerra si protraesse, nel 2027 l’impatto dell’inflazione sulla spesa delle famiglie sarebbe notevole tanto nel Centro-Nord quanto nel Mezzogiorno. La fiammata inflazionistica nel 2026, infatti, può modificare le aspettative inflazionistiche dei consumatori, con il potere d’acquisto delle famiglie che sconterebbe appieno lo shock petrolifero nel 2027. In questo caso, il Pil del Sud perderebbe lo 0,2%, mentre nel resto del Paese l’impatto sarebbe nullo. Sempre nel Mezzogiorno, i prezzi aumenterebbero dello 0,4% su base annua facendo ridurre i consumi delle famiglie di mezzo punto. E questi valori, già allarmanti, raddoppierebbero nel caso in cui la guerra in Iran e il conseguente blocco dello stretto di Hormuz dovessero ulteriormente prolungarsi.

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Autrice - Articoli pubblicati: 9

Maria Ludovica, è una studentessa universitaria iscritta alla facoltà di Giurisprudenza presso la LUISS Guido Carli di Roma. Da sempre interessata al diritto del lavoro, ha sviluppato una forte attenzione verso i temi della tutela dei lavoratori, dei diritti sociali e delle dinamiche tra imprese e dipendenti. Il suo percorso di studi è orientato a costruire competenze solide in ambito giuridico, con l'obiettivo di operare nel settore del lavoro, anche in contesti sindacali o istituzionali.

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