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Il mondo del lavoro caccia le mamme

I dati dell'Ispettorato: nel 2022, in 45 mila hanno dovuto dire addio al loro impiego

Per le donne è ancora un bivio esistenziale: il lavoro o la famiglia? Nel 2022 quasi 45 mila madri lavoratrici si sono dimesse dal loro impiego. E la maggior parte (il 63,6%) l’ha fatto per un’unica motivazione: troppo difficile, ancora troppo difficile, conciliare occupazione e cura dei figli.

Il problema, al contrario, ha riguardato solo il 7,1% dei dimissionari maschi. Gli uomini se ne vanno perché hanno trovato un’opportunità: una nuova azienda (78,9%), un’altra città, un diverso incarico. Le donne, invece, lasciano quando sono costrette a tornare a casa e a seguire i bambini.

I dati sono certificati da una relazione annuale dell’Ispettorato nazionale del lavoro e fanno il paio, oltre che con quelli usciti nei giorni scorsi sul flop degli incentivi (vedi qui), con un altro dato, questa volta fornito da Confcommercio: in Italia, il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro, nella fascia tra i 15 e i 74 anni, è pari al 48,2% mentre la media dell’Unione europea è al 59,5%: ben undici punti percentuali di differenza.

E quindi: metà delle donne italiane ancora non lavora. E al Sud va ancora peggio al Sud: qui la partecipazione femminile è ferma al 35,5%.

Secondo l’ufficio studi Confcommercio, se in Italia si raggiungesse almeno il dato europeo di donne lavoratrici, avremmo 2,3 milioni di occupate in più. Di conseguenza, più ricchezza e più Pil.

Anche la Svimez, del resto, è giunta alla stessa conclusione: una donna single senza figli nel Mezzogiorno ha un tasso di occupazione del 52,3%. Ma il tasso scende al 41,5% nel caso di donne con figli di età compresa tra i 6 e i 17 anni e crolla al 37,8% per le madri con figli fino a 5 anni. In generale, la maggior parte delle dimissionarie (il 79,4% del totale) si colloca nella fascia di età tra i 29 e i 44 anni.

Così, l’Ispettorato cita uno “sbilanciamento di genere di notevoli proporzioni” e un “radicamento sociale e stereotipale della funzione di cura come prettamente femminile”. Se in famiglia devono esserci delle rinunce lavorative, gravano ancora sulla carriera delle madri e non dei padri.

Infine, un’altra cifra conferma un luogo comune incrollabile: i nonni sono ancora il principale welfare familiare del Paese. Chi si è dimesso perché il lavoro non era compatibile con la cura dei figli motiva la scelta, nel 76% dei casi, con l’assenza di parenti di supporto nelle vicinanze. E nel quadro, poi, si inseriscono anche differenze di classe sociale. In quasi il 93% dei casi, le donne dimissionarie ricoprono la qualifica di operaia o impiegata a causa della “diversa allocazione gerarchica di uomini e donne”, scrive sempre l’Ispettorato: ci si ritrova di fronte a un sistema “che vede le donne più presenti ai livelli medio bassi della piramide organizzativa e poco presenti nelle posizioni decisionali”.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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