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Lavoro, la carica degli over 55

La ricerca AppLavoro.it: cresce la domanda di impiego di cinquantenni e ultrasessantenni. Livelli occupazionali ai massimi storici, ma ultimi in Europa e non per le donne. Italia fanalino di coda anche per la formazione nelle imprese

Nascono meno bambini, l’età dell’istruzione e della formazione si allunga, di conseguenza si entra nel mondo del lavoro a un’età più avanzata e si va in pensione più tardi. Inoltre, si cambia lavoro più spesso e, anche dopo i cinquant’anni, i lavoratori hanno bisogno di reinventarsi una professione. La pandemia ha decretato il successo dello smart working, una modalità di lavoro flessibile e ideale per chi ha bisogno di conciliare impegni lavorativi, dedicare più tempo a sé stessi o alla famiglia, evitare di spostarsi per raggiungere l’ufficio.

È questo il quadro della rivoluzione del lavoro e della demografica in atto. Essa riguarda non solo l’Italia, ma anche gli altri paesi industrializzati, vede ormai al lavoro vicini di scrivania appartenenti a generazioni diverse e spinge le aziende a individuare nuove soluzioni per garantire produttività e know how al passo coi tempi, spesso ricorrendo al lavoro flessibile o a tempo ridotto.

AppLavoro.it, il portale per la ricerca e l’offerta occupazionale in Italia, conducendo una ricerca tra i propri iscritti per l’anno in corso, conferma la tendenza generale, evidenziando come la percentuale dei lavoratori in cerca d’occupazione tra le fasce d’età comprese tra i 18 e i 24 anni egli over 55 sia in entrambi i casi del 9%: praticamente un pareggio. Inoltre, 1/3 degli iscritti, che già lavora, è in cerca di nuove opportunità, all’insegna della flessibilità e del cambiamento professionale. La quota maggiore di persone in cerca di lavoro resta comunque quella di chi ha tra i 35 e i 54 anni, ma quel 9% è un dato significativo, perché indica che in questo momento almeno una risorsa lavorativa su tre sia una persona con più di 55 anni d’età.

Confrontando il dato statistico nazionale con quello ricavato dall’analisi interna, AppLavoro.it conferma il trend. Infatti, suddividendo la popolazione degli iscritti per sesso, rileva che in questo momento il 37% dei lavoratori in cerca di un’occupazione sia costituito da uomini e il 63% da donne: quasi il doppio. Per quanto concerne invece la flessibilità: sul totale degli iscritti, il 68% risulta disoccupato, mentre il 32% è attualmente impegnato, ma alla ricerca di un altro lavoro. Per quel che riguarda l’istruzione: il 57% degli iscritti ha il diploma di maturità, il 26% ha assolto all’obbligo scolastico e il 17% ha conseguito una laurea, un master o un dottorato.

L’offerta di lavoro è così definita: le professioni più ricercate appartengono soprattutto al settore terziario, con quote rilevanti nel comparto turistico, della ristorazione, finanziario e della sicurezza. Dividendo l’Italia in due, si nota che al Nord, più industrializzato e all’avanguardia per quel che riguarda la digitalizzazione, in questo momento, le aziende di AppLavoro.it cercano più muratori, scaffalisti ed elettricisti di tecnici informatici, sviluppatori e software developer. Insomma, accanto a una classe di lavoratori giovani, magari lanciati verso le professioni innovative e i settori in crescita in Italia (digitale, energie rinnovabili, finanziari, assicurativi, istruzione, benessere e servizi alla persona), esiste una quota di lavoratori maturi in cerca di una nuova occupazione, ancora troppo giovani per la pensione, ma caratterizzati da professionalità, esperienza, competenze ed energie da spendere in tutti i settori professionali.

Le esigenze dell’economia e dell’età dei lavoratori ha spinto i paesi industrializzati a rivoluzionare il mercato del lavoro di pari passo con l’invecchiamento degli occupati. In Canada, Germania, Regno Unito, Giappone, Stati Uniti, Francia e Italia si stima che nel 2030 i lavoratori più anziani rappresenteranno mediamente il 25% degli occupati. Nel Paese del Sol Levante, ad esempio, entro la fine del decennio, ad avere più di 55 anni saranno il 38% dei lavoratori, in Italia, saranno il 32%. Ma, mentre le imprese nipponiche stanno già provvedendo a licenziare i dipendenti più maturi e a riassumerli con contratti a orari ridotti o in diverse mansioni, nello scenario italiano, molte figure professionali (operai specializzati, addetti alla ristorazione e al settore turistico, per citarne alcuni) sono mancanti e le quote di personale over 55 in cerca di una nuova ricollocazione al lavoro sono ancora molto alte. Inoltre, la gelata demografica e le emigrazioni dei giovani italiani hanno ristretto il serbatoio da cui attingere le risorse umane.

Contemporaneamente, una rivoluzione digitale che va sempre più veloce, soprattutto con l’introduzione dell’intelligenza artificiale, ha svelato il notevole ritardo del nostro Paese nel formare e professionalizzare il personale per le attività produttive. Secondo l’Istat e il Censis, il tasso d’occupazione nel nostro Paese in questo momento è ai massimi storici: la disoccupazione è calata ed è diminuito il numero degli inattivi. Tuttavia, siamo ultimi in Europa per quanto riguarda la percentuale degli occupati e delle lavoratrici in particolare. Infatti, circa una donna italiana su due (51,1%) non lavora.

Lo scenario, insomma, non è roseo: riuscirà il mercato del lavoro italiano a vincere le sfide del futuro. Analizzando quelle che sono le possibilità occupazionali dei lavoratori più anziani nel tessuto produttivo italiano, Marco Contemi, fondatore di AppLavoro.it, dichiara: «Non è sicuramente semplice il reinserimento nel mondo del lavoro per chi ha superato la soglia dei 50 anni, soprattutto se nel corso della vita lavorativa non ci si è impegnati in corsi di formazione e aggiornamento. Il rischio, infatti, è di ritrovarsi completamente inadeguati alle attuali esigenze delle aziende e delle nuove tecnologie impiegate nei processi di produzione.

Perciò, le imprese italiane dovrebbero ispirarsi di più ai modelli europei, soprattutto tedeschi e svizzeri. In questi paesi le aziende prevedono periodicamente, e a proprie spese, dei corsi di aggiornamento costanti, in modo da assicurare lo stesso livello di formazione ai propri dipendenti “senior” e annullare, o comunque ridurre al minimo, il divario generazionale con le nuove leve». Sulla questione dell’utilità della trasmissione e della condivisione di competenze trans generazionali, l’imprenditore Contemi commenta: «Sono certo che affiancare profili junior a profili senior, potrebbe portare enormi vantaggi ad entrambi, ed ovviamente all’azienda».

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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