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Rappresentanza sindacale e datoriale: il tempo dell’attesa è finito

Il caso ASSTEL riaccende il dibattito sul pluralismo associativo e sui privilegi consolidati. Serve un coordinamento tra organizzazioni libere e autonome, fondato sul principio che uno conta uno. Perché mentre molti discutono, altri continuano a decidere le regole della rappresentanza

Il dibattito sulla rappresentanza sindacale e datoriale nel nostro Paese continua a essere caratterizzato da una contraddizione di fondo: mentre la Costituzione riconosce la libertà di organizzazione sindacale e il nostro ordinamento tutela il pluralismo associativo, nella realtà delle relazioni industriali persistono meccanismi che sembrano favorire la conservazione di posizioni dominanti, limitando gli spazi di partecipazione delle organizzazioni esterne ai circuiti tradizionali.

Un esempio significativo emerge dall’esame dello Statuto di ASSTEL, l’associazione delle imprese della filiera delle telecomunicazioni aderente al sistema Confindustria.

In particolare, l’articolo 4 dello Statuto prevede che le imprese associate non possano contemporaneamente appartenere ad associazioni aderenti a organizzazioni diverse da Confindustria e costituite per analoghi scopi.

L’articolo 3 stabilisce inoltre che le imprese della filiera che applicano contratti collettivi differenti da quelli di riferimento dell’associazione possano aderire assumendo l’impegno di deliberarne l’adozione entro dodici mesi e di applicarli entro ventiquattro mesi.

Si tratta di disposizioni che sollevano interrogativi di particolare rilevanza sul rapporto tra autonomia associativa, libertà d’impresa, pluralismo della rappresentanza e concorrenza tra organizzazioni.
Naturalmente, ogni associazione ha il diritto di disciplinare la propria organizzazione interna e di stabilire le condizioni di adesione dei propri associati.

Tuttavia, questo diritto non può sottrarsi a una valutazione di compatibilità con i principi generali dell’ordinamento, soprattutto quando le regole associative rischiano di produrre effetti restrittivi sulla libertà di scelta delle imprese e sul pluralismo delle organizzazioni rappresentative.

Il tema merita pertanto un approfondimento anche alla luce degli articoli 39 e 41 della Costituzione e dei principi contenuti nella legge 11 novembre 2011, n. 180, conosciuta come Statuto delle Imprese.

La domanda di fondo è semplice: può un sistema che rivendica la libertà d’impresa e la libera concorrenza adottare meccanismi associativi che rischiano di limitare la possibilità delle imprese di scegliere liberamente da chi farsi rappresentare?

Non si tratta di una questione marginale, né di una disputa tra organizzazioni concorrenti.
Si tratta di comprendere quale modello di rappresentanza economica e sociale vogliamo costruire nel nostro Paese.
L’egemonia storica non può diventare un diritto esclusivo
Il problema, tuttavia, va ben oltre il singolo caso.

Da decenni il sistema italiano delle relazioni industriali si fonda prevalentemente sull’interlocuzione con un numero ristretto di grandi organizzazioni sindacali e datoriali, che hanno progressivamente consolidato il proprio ruolo nei rapporti con le istituzioni, nella contrattazione collettiva e negli organismi di consultazione.
Nessuno intende mettere in discussione la storia, il contributo e la legittimità di queste organizzazioni.

Il punto è un altro.

La storia non può trasformarsi in un titolo permanente di esclusività e la dimensione organizzativa non può diventare uno strumento per negare agli altri il diritto di rappresentare.

La rappresentatività deve poter essere verificata attraverso criteri oggettivi, trasparenti e democratici, non semplicemente presunta sulla base di rapporti istituzionali consolidati.

Eppure, ancora oggi, numerose organizzazioni sindacali e datoriali, pur operando concretamente sul territorio, rappresentando lavoratori e imprese e sottoscrivendo contratti collettivi, incontrano difficoltà nell’ottenere adeguata considerazione nei processi decisionali.

È un sistema che rischia di alimentare una distinzione artificiosa tra organizzazioni considerate interlocutori naturali delle istituzioni e altre alle quali viene continuamente richiesto di dimostrare una legittimazione che la libertà associativa già riconosce.
Occorre distinguere, naturalmente, il diritto di costituire e aderire a un’organizzazione dal diverso tema della misurazione della sua effettiva rappresentatività.

Ma proprio per questo diventa indispensabile individuare regole certe, verificabili e applicabili a tutti.
Non può essere chi già occupa una posizione dominante a stabilire unilateralmente quali soggetti possano partecipare alla definizione delle regole della rappresentanza.

Il pluralismo non può essere soltanto un principio da richiamare nei convegni o nei documenti istituzionali.
Deve diventare una condizione effettiva del sistema delle relazioni industriali.

Una contraddizione che coinvolge anche le istituzioni

Esiste poi un ulteriore aspetto che merita particolare attenzione.
Il rapporto tra le grandi organizzazioni rappresentative e le imprese a partecipazione pubblica pone interrogativi che non possono essere liquidati come semplici questioni associative.

Quando grandi gruppi industriali partecipati o controllati direttamente o indirettamente dallo Stato aderiscono a sistemi confederali che prevedono vincoli di appartenenza, il tema della libertà associativa assume anche una dimensione di interesse pubblico.

Non si tratta di sostenere che la partecipazione di queste imprese alle associazioni datoriali sia illegittima.
Si tratta piuttosto di domandarsi se sia opportuno che realtà economiche nelle quali è presente una significativa partecipazione pubblica contribuiscano al rafforzamento di sistemi associativi le cui regole possono determinare restrizioni al pluralismo.
È una questione che meriterebbe attenzione da parte delle istituzioni e, ove ne ricorrano i presupposti, delle autorità competenti in materia di concorrenza.

Perché la libertà di associazione non dovrebbe essere tutelata soltanto all’interno delle organizzazioni maggiori, ma anche nei confronti di quelle che aspirano legittimamente a concorrere nella rappresentanza degli interessi economici e sociali.

Il vero problema è anche la frammentazione di chi vuole cambiare il sistema

Sarebbe però troppo semplice attribuire tutte le responsabilità alle organizzazioni storicamente dominanti.
Una parte del problema riguarda anche il vasto mondo delle organizzazioni sindacali e datoriali che, pur condividendo la necessità di un sistema più aperto e pluralista, continuano troppo spesso ad agire separatamente.
Negli ultimi anni sono aumentate le occasioni di confronto tra sigle diverse, le iniziative comuni, gli incontri istituzionali e le riflessioni sulla necessità di superare un modello di rappresentanza fondato prevalentemente su equilibri consolidati.
Si tratta di esperienze importanti, che dimostrano come esista una volontà diffusa di costruire percorsi alternativi e complementari rispetto a quelli tradizionali.
Ma il confronto, da solo, non basta.
La forza del sistema dominante non deriva soltanto dalla sua storia, dalle sue dimensioni o dalle sue relazioni istituzionali. Deriva anche dalla frammentazione di chi vorrebbe modificarlo.

Organizzazioni che condividono obiettivi sostanzialmente identici finiscono spesso per disperdere energie, competenze e capacità di intervento, mantenendo iniziative isolate che difficilmente riescono a incidere sugli equilibri complessivi.

È una contraddizione che deve essere affrontata con altrettanta determinazione.
Non è sufficiente rivendicare il pluralismo nei confronti degli altri.
Occorre dimostrare di saperlo praticare anche nei rapporti reciproci.
Un coordinamento nel quale uno conta uno
La risposta non può essere necessariamente la costituzione dell’ennesima confederazione o di una nuova struttura destinata a sovrapporsi alle organizzazioni esistenti.
Il panorama associativo italiano è già sufficientemente articolato.
Quello che manca, piuttosto, è la capacità di costruire un coordinamento stabile, operativo e realmente paritario tra organizzazioni sindacali e datoriali che condividano alcuni obiettivi fondamentali.

Un coordinamento nel quale uno conta uno.

Un principio semplice, ma profondamente innovativo rispetto alle logiche che troppo spesso caratterizzano il mondo della rappresentanza.
Ogni organizzazione dovrebbe poter partecipare mantenendo integralmente la propria identità, autonomia, storia e libertà di iniziativa.
Nessuna subordinazione, nessuna gerarchia precostituita, nessuna pretesa di egemonia interna.
La diversità delle dimensioni, delle competenze e delle esperienze dovrebbe rappresentare un valore aggiunto e non un motivo di prevalenza.
Il principio paritario dovrebbe riguardare il funzionamento e le decisioni del coordinamento, senza confondere tale scelta organizzativa con la diversa questione della misurazione della rappresentatività effettiva delle singole sigle.

Non si tratta di negare le differenze esistenti, ma di impedire che queste diventino strumenti di subordinazione.
Nessuno deve rinunciare a ciò che è. Ma tutti devono comprendere che ciò che non riescono a ottenere individualmente potrebbe diventare possibile attraverso un’azione comune.

Un coordinamento di questo tipo potrebbe rappresentare uno strumento concreto per promuovere iniziative legislative, approfondimenti giuridici, azioni istituzionali e, quando necessario, iniziative giudiziarie condivise.

Potrebbe inoltre contribuire a costruire una posizione riconoscibile sui grandi temi della rappresentanza, della contrattazione collettiva, della libertà associativa e dell’accesso alle relazioni istituzionali.
Non una nuova struttura di potere, dunque, ma uno strumento di partecipazione e di azione.

Il tempo non è una variabile secondaria

Esiste tuttavia un elemento che rischia di essere sottovalutato: il tempo.
Il sistema delle relazioni industriali è attraversato da trasformazioni profonde.
Il dibattito sulla rappresentatività sindacale, sulla contrattazione collettiva, sui salari, sui criteri di individuazione dei contratti maggiormente rappresentativi e sul ruolo delle parti sociali è destinato a incidere significativamente sugli equilibri futuri.
Le iniziative legislative e istituzionali che potranno essere assunte nei prossimi mesi potrebbero contribuire a definire un nuovo assetto della rappresentanza.

Ed è proprio in questa fase che le organizzazioni esterne ai circuiti tradizionali dovrebbero far sentire una voce unitaria.
Perché il tempo non gioca a favore di chi continua ad aspettare.
Ogni giorno che trascorre senza un’iniziativa coordinata rappresenta un’ulteriore occasione concessa ad altri per consolidare le proprie posizioni.

Ogni settimana dedicata esclusivamente a discussioni e rinvii è una settimana nella quale le organizzazioni già presenti nei principali tavoli istituzionali continuano a esercitare la propria influenza.

Ogni mese trascorso senza una strategia comune rischia di rendere più difficile intervenire sulle regole che disciplineranno la rappresentanza futura.

Mentre alcuni discutono se, come e quando organizzarsi, altri continuano ad agire.
Agiscono nei ministeri, nelle commissioni parlamentari, negli organismi consultivi, nella contrattazione collettiva e nei rapporti con il Governo.

E lo fanno legittimamente, perseguendo gli interessi delle organizzazioni che rappresentano.
Il problema è che, in assenza di una presenza altrettanto organizzata delle altre sigle, il confronto rischia di rimanere inevitabilmente sbilanciato.
Non si può pretendere che le organizzazioni storicamente dominanti rinuncino spontaneamente agli spazi conquistati.
Spetta a chi rivendica una rappresentanza più pluralista organizzarsi per partecipare alla definizione delle nuove regole.
E occorre farlo prima che quelle regole siano definitivamente approvate.

Più si aspetta, più si lascia agli altri la possibilità di decidere

Il rischio maggiore non è soltanto quello di rimanere esclusi da un tavolo istituzionale.
È quello di ritrovarsi, tra qualche tempo, a dover operare all’interno di un sistema ulteriormente consolidato, costruito attraverso decisioni alle quali non si è avuto modo di contribuire.
A quel punto sarà certamente possibile contestare, protestare e rivendicare modifiche.
Ma sarà molto più difficile incidere su assetti già definiti.
Più si aspetta, più diventa tardi. E più diventa tardi, più si lascia agli altri il campo libero per agire secondo le proprie valutazioni e i propri interessi.

È una considerazione che dovrebbe riguardare tutte le organizzazioni sindacali e datoriali che ritengono necessario un cambiamento.
Perché, in un sistema che tende a consolidare le posizioni esistenti, nessuno può ragionevolmente pensare di essere al riparo dalle conseguenze dell’immobilismo.

Le organizzazioni dei lavoratori rischiano di vedere ulteriormente ridotti i propri spazi di partecipazione.
Le associazioni datoriali rischiano di incontrare crescenti difficoltà nell’accreditamento e nell’interlocuzione istituzionale.
Le imprese potrebbero vedere restringersi le possibilità di scelta.

I lavoratori potrebbero disporre di minori alternative nella tutela e nella rappresentanza dei propri interessi.
In definitiva, in un sistema che limita il pluralismo, tutti hanno qualcosa da perdere.
E proprio per questo la risposta non può essere affidata esclusivamente alle iniziative individuali.

Dalle denunce alle iniziative concrete

La vicenda ASSTEL potrebbe rappresentare un primo terreno sul quale verificare la capacità delle organizzazioni interessate di trasformare una valutazione condivisa in un’azione comune.
Un approfondimento giuridico delle disposizioni statutarie, una valutazione delle eventuali criticità rispetto ai principi costituzionali e alla normativa sulla libertà d’impresa, un’interlocuzione con le istituzioni e, qualora ne ricorrano i presupposti, iniziative presso le autorità competenti potrebbero costituire passaggi concreti.
Ma il punto non è limitarsi al singolo caso.
Occorre costruire un metodo di lavoro che consenta di intervenire tempestivamente ogni volta che emergano questioni rilevanti per il pluralismo e per la libertà di rappresentanza.
Le organizzazioni interessate dovrebbero individuare obiettivi condivisi, definire strumenti operativi e assumere decisioni attraverso procedure realmente paritarie.
Senza pretendere che ogni sigla rinunci alle proprie peculiarità.
Senza creare nuove contrapposizioni.
Ma soprattutto senza trasformare la ricerca di un consenso unanime in una giustificazione per rinviare indefinitamente qualsiasi iniziativa.
Chi condivide un obiettivo e dispone della volontà di perseguirlo deve poter iniziare ad agire, mantenendo aperta la possibilità di partecipazione alle altre organizzazioni.
L’unità non può diventare sinonimo di immobilismo.
Deve essere, al contrario, uno strumento per accelerare e rafforzare le iniziative.
Non contro qualcuno, ma per i diritti di tutti
È importante chiarire un aspetto fondamentale.
Rivendicare un sistema più aperto e pluralista non significa essere contro Confindustria, CGIL, CISL, UIL o qualsiasi altra organizzazione storica.
Significa contestare l’idea che la storia, le dimensioni e le relazioni consolidate possano attribuire un diritto esclusivo alla rappresentanza.
Nessuno intende sottrarre diritti alle organizzazioni esistenti.
Si chiede semplicemente che le regole siano trasparenti, verificabili e applicabili a tutti, nel rispetto delle differenze di effettiva rappresentatività.
La libertà sindacale e associativa non può essere considerata una concessione di chi occupa una posizione dominante.
È un principio dell’ordinamento costituzionale.
Ed è proprio sulla piena attuazione di questo principio che dovrebbe svilupparsi un confronto serio tra le istituzioni e tutte le componenti del mondo del lavoro e dell’impresa.
La rappresentanza non può essere un sistema chiuso, nel quale i soggetti già riconosciuti determinano unilateralmente le condizioni di accesso degli altri.
Deve essere un sistema aperto, nel quale ciascuna organizzazione possa esercitare la propria attività e dimostrare concretamente la propria consistenza.

Il rischio più grande è non fare nulla

Il vero interrogativo, a questo punto, non riguarda soltanto la disponibilità delle istituzioni ad ascoltare nuove organizzazioni.
Riguarda anche la capacità di queste ultime di presentarsi con iniziative credibili, coordinate e tempestive.
Non si può pretendere di essere protagonisti del cambiamento continuando a comportarsi da spettatori.
Non si può denunciare l’egemonia altrui e contemporaneamente rinunciare a costruire gli strumenti necessari per contrastarla.
Non si può rivendicare il pluralismo e poi lasciare che diffidenze, personalismi o interessi particolari impediscano qualsiasi percorso comune.
Il rischio maggiore non è quello di tentare un’iniziativa condivisa senza ottenere immediatamente i risultati sperati. Il rischio maggiore è quello di non tentarla affatto. E di scoprire, tra qualche anno, che gli spazi nei quali sarebbe stato possibile incidere sono stati definitivamente occupati da altri.

A quel punto non sarà sufficiente attribuire ogni responsabilità alle organizzazioni dominanti.
Occorrerà riconoscere anche quella di chi, pur avendo individuato il problema, non ha saputo superare le divisioni e trasformare una volontà comune in una capacità effettiva di intervento.

È arrivato dunque il momento di passare dalle analisi alle decisioni e dalle decisioni alle iniziative.
Non serve necessariamente un’altra grande organizzazione che pretenda di rappresentare tutte le altre.
Serve un coordinamento nel quale ciascuno rappresenti se stesso, ma tutti insieme siano capaci di sostenere una posizione comune.
Un coordinamento libero, paritario, rispettoso delle autonomie e soprattutto operativo.
Perché il pluralismo non si difende soltanto attraverso le dichiarazioni di principio.
Si difende esercitandolo. E la rappresentanza non si conquista attendendo che qualcuno decida di riconoscerla.
Si costruisce attraverso il lavoro, la partecipazione, la capacità di proposta e la determinazione nell’esercitare i propri diritti.
Il tempo delle sole riflessioni deve lasciare spazio a quello delle decisioni. Perché ogni giorno che perdiamo è un giorno che lasciamo a chi, nel frattempo, continua a decidere anche per noi.

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Autore - Articoli pubblicati: 238

Segretario Generale Confederazione SELP

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