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Punto e a capo: i salari, dopo due anni, tornano a pesare meno

Il dato evidenziato dall'Ocse nel suo Employment Outlook 2026

Dopo due anni di crescita, l’Ocse, nel suo Employment Outlook 2026 pubblicato il 9 luglio, segnala per l’Italia una riduzione del valore reale delle retribuzioni.

Nello specifico, per l’anno 2026, prevede una contrazione dello 0,9%. I salari, quindi, tornano a perdere potere d’acquisto. Il che comporta una cosa ben precisa: il numero di beni e servizi che si possono acquistare con lo stipendio diminuisce.

Molti Paesi dell’Ue registrano cali simili, ma in Italia il fenomeno è più radicato e cronico. Dopo la ripresa degli ultimi due anni — quando gli stipendi avevano recuperato parte delle perdite subite per la forte inflazione post-pandemia e post-invasione dell’Ucraina — nel 2026 la crescita reale delle retribuzioni torna a contrarsi, in parte a causa della nuova ondata inflazionistica legata ai conflitti mediorientali e alla chiusura dello Stretto di Hormuz, oltre che a fattori di tensione commerciale internazionale. Alla fine del primo trimestre 2026 i salari reali in Italia risultavano inferiori del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2021.

La spiegazione del fenomeno sembra comprovata: del resto, in Italia, le retribuzioni reali non crescono da oltre trent’anni.

Nel 2025 i salari medi annui a parità di potere d’acquisto erano inferiori del 2% rispetto al 1990.

Il problema principale è la stagnazione della produttività: i lavoratori italiani faticano ad aumentare quantità e qualità della produzione a parità di costi, rendendo difficile trasferire aumenti di valore pro capite in salari più alti. Questo si vede anche nel fatto che il Pil è cresciuto poco nonostante l’aumento dell’occupazione dopo la pandemia, segno di bassa efficienza produttiva.

Più fattori strutturali contribuiscono alla bassa produttività. Le imprese italiane sono in gran parte molto piccole (95% con meno di 10 dipendenti), perciò mancano spazi organizzativi e risorse per specializzazione, formazione e investimenti in innovazione.

La scarsa concorrenza tra imprese, poi, è un altro elemento chiave: l’Ocse evidenzia il ruolo delle clausole di non concorrenza, che in Italia sono relativamente efficaci rispetto a molti Paesi Ue e riducono la mobilità dei lavoratori. Sebbene la percentuale formale di contratti con clausole di non concorrenza sia tra il 7 e il 18% (sotto la media OCSE del 20–30%), esistono accordi informali tra imprese che limitano assunzioni reciproche e fissazione dei salari; circa il 30% delle imprese dichiara di conoscere tali pratiche (contro il 48% medio Ocse).

Queste limitazioni indeboliscono il potere contrattuale dei lavoratori, perché la possibilità di cambiare datore di lavoro è un elemento che rafforza la richiesta di aumenti salariali.

Anche la rigidità del mercato del lavoro italiana influisce: la forte protezione dei contratti a tempo indeterminato rende meno conveniente il cambio di impiego, riducendo la mobilità. L’Ocse sottolinea inoltre che gli stipendi offerti negli annunci di lavoro in Italia sono aumentati meno dell’inflazione nell’ultimo anno, quindi anche cambiando lavoro è difficile recuperare potere d’acquisto. Nel resto dell’Eurozona, invece, gli annunci salariali sono saliti più dei prezzi per molti mesi.

Un ulteriore fattore è l’assenza di un salario minimo legale nazionale in Italia. L’Ocse osserva che nei Paesi senza salario minimo legale i minimi contrattuali sono aumentati meno, rendendo più lenta e disomogenea la protezione dei redditi in fasi di inflazione rapida. La contrattazione collettiva italiana è più lenta e differenziata tra settori, per cui gli aggiustamenti salariali non sono immediati né uniformi.

E quindi: l’Ocse mostra che il calo del potere d’acquisto in Italia è dovuto a una combinazione di bassa produttività, struttura aziendale frammentata, scarsa concorrenza e limiti della contrattazione salariale. Per affrontare il problema, si richiede misure per migliorare produttività e concorrenza e strumenti di tutela e aggiustamento salariale più efficaci per i lavoratori.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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