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Agenda 2030: le promesse del 2015 sul fronte del lavoro rischiano di essere mancate

L'aggiornamento del Rapporto Istat sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile fa scattare l'allarme

A settembre 2015, i governi dei 193 Paesi dell’Onu sottoscrissero l’Agenda 2030. Si trattava di un traguardo che doveva impegnare le nazioni per aumentare i loro standard. Anche sul fronte del lavoro.

Ebbene, a soli quattro anni dalla sua scadenza, l’Italia come è messa? Alla “Lavoro dignitoso e crescita economica” non tanto bene.

L’obiettivo 8, anzi il goal 8, quello del lavoro appunto, “la quota di indicatori critici è particolarmente elevata”.

A evidenziarlo è l’aggiornamento del Rapporto Istat sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Certo: il tema del lavoro, come quello dello sviluppo sostenibile ambientale, sociale ed economico si confronta con uno scenario profondamente mutato rispetto a quello del 2015, in cui i 17 Obiettivi sono stati definiti.

Ma tant’è: la strada da percorrere, anche con l’avvento delle nuove tecnologie, prima tra tutte l’Intelligenza artificiale, è davvero tanta.

“Nel 2025 circa la metà degli indicatori (49%) colloca l’Italia in una posizione di svantaggio rispetto alla media Ue27; il 34% segnala un vantaggio e il 17% un posizionamento prossimo alla media europea. Rispetto al 2015 si osserva un parziale miglioramento: la quota degli indicatori favorevoli era allora pari al 28%, mentre quella degli indicatori sfavorevoli raggiungeva il 54%”, si legge nel Rapporto Istat.

Il profilo più favorevole, sempre secondo l’istituto di statistica, “si osserva nel Goal 12 (Consumo e produzione responsabili), in cui tutti gli indicatori considerati collocano l’Italia in posizione migliore rispetto alla media Ue27″.

Gli indicatori con valori migliori dell’Ue prevalgono anche nei Goal 2 (Fame zero), 5 (Parità di genere), 7 (Energia) e 16 (Pace, giustizia e istituzioni).

Le criticità più marcate emergono, invece, nel Goal 15 (Vita sulla terra), dove tutti gli indicatori collocano l’Italia in posizione peggiore della media europea, e nei goal 8 (Lavoro dignitoso e crescita economica), 13 (Lotta al cambiamento climatico), 10 (Ridurre le disuguaglianze), 11 (Città sostenibili) e 9 (Imprese, innovazione e infrastrutture), nei quali la quota di indicatori critici è particolarmente elevata”.

E quindi: anche sul campo del lavoro c’è molto da fare.

L’Istat l’ha messa così: “Le tendenze dell’ultimo decennio riguardo ai progressi verso lo sviluppo sostenibile restituiscono un quadro parzialmente positivo ma che sottolinea, nel complesso, l’esigenza di un’accelerazione: il 53,8% delle misure è in miglioramento, l’11,3% in peggioramento, mentre il 34,8% non è univocamente determinabile”. Nell’ultimo anno, la metà delle misure risulta in miglioramento (51%); oltre un quarto è caratterizzato da stabilità o stagnazione; i peggioramenti riguardano il 24% delle misure”.

Non tutto il Paese, poi, marcia allo stesso ritmo: ci sono disparità sostanziali a livello regionale. Le aree People e Prosperity confermano il dualismo territoriale a svantaggio del Mezzogiorno; le aree Planet, Peace e Partnership restituiscono invece una polarizzazione più sfumata e, per molte delle misure dell’area ambientale, risultati relativamente più favorevoli per il Mezzogiorno.

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Redazione del quotidiano di attualità economica "Il Mondo del Lavoro"

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