La strage dei quattro braccianti arsi vivi nel Cosentino e l’inchiesta sui lavori per il Consolato americano a Milano hanno riacceso i riflettori su caporalato e lavoro sommerso. Il giro d’affari illegali vale più di 77 miliardi di euro l’anno, concentrati soprattutto nel Mezzogiorno, e, secondo la Cgia di Mestre, impone una intensificazione delle ispezioni in ambito lavorativo e maggiori investimenti per garantire ai migranti condizioni di vita dignitose.
Nel 2023 il valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare in Italia è stato pari a 77,1 miliardi di euro, di cui 27,5 miliardi nel Sud, 19,4 nel Nord-Ovest, 16,5 nel Centro e 13,7 nel Nord-Est. Il 35,7% della ricchezza prodotta irregolarmente, dunque, si concentra da Roma in giù, dove si registra anche la quota più alta di lavoratori coinvolti. Su un totale nazionale di 2,6 milioni di occupati irregolari stimati in Italia dall’Istat, infatti, 979.500 si trovano nel Mezzogiorno, 634.000 nel Nord-Ovest, 572.300 nel Centro e 422.800 nel Nord-Est.
La propensione al “nero” è più forte in Calabria, dove tocca l’8,3%, seguita dalla Campania col 7, dalla Sicilia col 6,4 e dalla Puglia col 6,3 a fronte di una media nazionale del 4%. La Calabria svetta anche nella non invidiabile classifica del tasso di irregolarità col 17,9%, superando la Campania e la Sicilia ferme rispettivamente al 14,4 e al 14, a fronte di una media nazionale 10.
Il fenomeno del lavoro nero o forzato, ovviamente, è legato al caporalato. Ciò avviene non solo in agricoltura o nell’edilizia, ma anche nel tessile, nella logistica, nei servizi di consegna e di assistenza. A essere sfruttati sono i più fragili, come le persone in condizione di estrema povertà, gli immigrati e le donne. Questo sfruttamento si manifesta attraverso l’uso massiccio della forza lavoro per brevi periodi e in luoghi isolati, le condizioni inadeguate dei servizi di trasporto e di alloggio, lo status giuridico precario o irregolare di molti migranti.
Questo “copione” è andato in scena anche ad Amendolara, dove quattro braccianti sono stati bruciati vivi all’interno di un’automobile per il solo fatto di aver preteso condizioni di lavoro dignitose. L’eccidio è quasi sicuramente riconducibile allo sfruttamento praticato da pseudo-imprenditori criminali che ingaggiano i migranti con contratti regolari, pagando salari bassi e innescando una serie di problemi legati ad alloggi, trasporti e servizi sociali.
L’Italia ha recepito la direttiva europea 2019/6332 contro le pratiche commerciali sleali nella filiera agroalimentare. Eppure il forte potere contrattuale dei grandi marchi continua a comprimere i margini di numerosi piccoli produttori. «La legge italiana – evidenziano dalla Cgia – esclude dal campo di applicazione di questa norma i conferimenti effettuati dai soci a cooperative e organizzazioni di produttori. Quindi, oltre a modificare la legge nazionale includendo anche questi soggetti tra coloro che non possono tenere pratiche commerciali sleali, bisognerebbe incentivare l’attività ispettiva, garantendo un forte aumento degli investimenti pubblici nel settore del trasporto e soluzioni abitative temporanee che consentano anche a questi lavoratori una vita dignitosa».

