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Statuto dei lavoratori, tra memoria e smantellamento

I diritti e le libertà riconosciuti al suo interno vanno difesi e implementati. Così come va difesa e implementata quella coscienza civile

Ha consentito alla Costituzione di entrare finalmente nelle fabbriche. Ha sottratto agli imprenditori il controllo assoluto dei luoghi di lavoro, favorendo la partecipazione dei sindacati e impedendo i licenziamenti facili. Ha chiuso una stagione di conflitto sociale esasperato, seconda solo alla guerra civile del 1943-1945. Ma oggi che cosa resta dello Statuto dei lavoratori? Qual è l’eredità di quelle norme tra le più garantiste nel panorama giuridico internazionale? Il solco tracciato dal ministro Giacomo Brodolini e dal giurista Gino Giugni è ancora oggi percorribile? A 56 anni di distanza dall’approvazione della legge 300 del 1970, bisognerebbe rispondere a questi interrogativi più che dedicarsi alla sterile commemorazione di una pur importante data.

Non parliamo, d’altra parte, di una legge qualunque. Innanzitutto perché lo Statuto fu approvato a dispetto di fortissime resistenze e perplessità: quelle del Pci, contrario all’esclusione degli organismi politici dai luoghi di lavoro; quelle della Cisl, ostile alla svolta sui licenziamenti individuali; quella della sinistra extraparlamentare, che temeva la cristallizzazione di determinati rapporti di forza. E nemmeno la prematura scomparsa di Brodolini, avvenuta quando il disegno di legge era ancora al vaglio del Parlamento, impedì l’approvazione di quello che Gian Primo Cella definì «l’atto di ammissione (se non di promozione) delle relazioni industriali più significativo messo in atto nei sistemi liberal-democratici».

Una legge particolarmente “resiliente”, si potrebbe dire. Ma, soprattutto, capace di affermare nei luoghi di lavoro le libertà e i diritti già sanciti dalla Costituzione. Qualche esempio? La libertà del lavoratore di costituire, aderire o non aderire a qualsiasi organizzazione sindacale.

Ancora, il divieto di atti discriminatori di qualsiasi tipo da parte del datore di lavoro. E, ultimo ma non ultimo, il diritto del dipendente di essere reintegrato nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo. Quanto basta per fare dello Statuto dei lavoratori una legge straordinaria, non a caso imitata dieci anni più tardi in Spagna con l’Estatuto de los trabajadores.

Eppure l’impianto della legge 300 del 1970 è stato successivamente ridimensionato attraverso interventi volti ad allentare quelli che ad alcuni sembravano vincoli fuori dal tempo, ma che in realtà non sono altro che garanzia di diritti e libertà dei lavoratori. L’esempio più evidente è il Jobs Act contro il quale era rivolto il fallimentare referendum abrogativo promosso nel 2025 dalla Cgil. Quella riforma ha di fatto ridotto la portata dell’articolo 18 dello Statuto, sostituendo alla reintegra del lavoratore ingiustamente licenziato un sistema di “tutele crescenti” che si sostanzia in un mero indennizzo economico. Interventi simili hanno riguardato, nel tempo, anche il divieto di jus variandi e il concetto di maggiore rappresentatività delle organizzazioni sindacali.

A ciò si aggiungono le “imperfezioni” di una legge che risale pur sempre a oltre mezzo secolo fa. Alcuni diritti appaiano inadeguatamente formulati per poter far fronte alle nuove sfide del management attraverso algoritmi, come nel caso dei controlli a distanza. Troppo alta è la soglia dei 15 dipendenti per poter eleggere rappresentanze nei luoghi di lavoro, soprattutto in un Paese dove la dimensione aziendale tipica è assai più bassa. Ma il vero problema è l’elevato numero di lavoratori esclusi dai diritti e dalle tutele previsti dalla legge 300, a causa del loro rapporto atipico di impiego o delle dimensioni molto piccole dell’unità lavorativa. Non è un caso che negli anni sia cresciuto il pressing per un nuovo Statuto.

Alla luce di queste considerazioni, la legge 300 del 1970 è una strada da abbandonare? La risposta è no. Lo Statuto è e resta un documento legislativo di straordinario valore, come suggerisce anche la sua capacità di resistere ai numerosi tentativi di smantellamento. Riferirsi a quel testo, però, non può ridursi a un mero omaggio alla memoria. I diritti e le libertà riconosciuti al suo interno vanno difesi e implementati. Così come va difesa e implementata quella coscienza civile che percorre ogni singolo comma della legge ed è indispensabile per costruire un futuro basato sulla dignità del lavoro.

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Direttore Editoriale - Articoli pubblicati: 209

Libero Professionista e Giornalista, impegnato oltre che sul fronte dei servizi e prestazioni connesse al tema della prevenzione degli infortuni in ambienti di lavoro, ha maturato una notevole esperienza nell’ambito delle relazioni sindacali, ed oggi è tra i fondatori di diverse realtà sindacali di carattere Nazionale.

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