E se con l’Intelligenza artificiale il lavoro aumentasse anziché diminuire? È la domanda che si è posto “In Corso”, la newsletter di Torcha sfidando la narrazione dominante sull’IA come strumento che riduce sempre e comunque il lavoro.
Il 77% dei lavoratori intervistati in uno studio Upwork del 2024 in Usa, Canada e Australia ha rivelato che l’IA ha aumentato il carico di lavoro, anche perché solo il 18% ha ricevuto una formazione aziendale adeguata.
Il che vuol dire che a volte, paradossalmente, l’utilizzo dell’IA, anziché velocizzare il lavoro, lo rallenta. Per esempio: a volte, se si fa scrivere un documento all’IA, lo si ricontrolla e lo si rifà, impiegando più tempo di prima.
Una ricerca dell’HBR, intitolata “AI Doesn’t Reduce Work—It Intensifies It”, ha osservato per otto mesi 200 dipendenti di un’azienda tech Usa: l’uso volontario dell’IA ha accelerato i compiti, alzato le aspettative di velocità e spinto ad assumersi ulteriori responsabilità, anche fuori il normale orario di lavoro. Questo, però, ha messo in moto un meccanismo secondo il quale fare maggiore affidamento sull’IA aumenta il volume di lavoro, ma con i rischi di ottenere una qualità inferiore e un livello di stress più alto. I lavoratori si sentono più produttivi ma non certo meno occupati.
Un esempio, poi, pratico: Block di Jack Dorsey ha licenziato oltre 4.000 persone affidandosi all’IA e a piccoli team più efficienti, ma gli ex dipendenti hanno parlato di “una postura verso il mercato” più che di una sostituzione reale.
Come dire: l’IA è un “superpotere rischioso”: richiede maestria e investimenti per evitare risultati mediocri.
La soluzione? Formazione, strategie per valorizzare la creatività umana e un tocco personale per evitare una sorta di autogestione incontrollata.
L’IA può potenziare il lavoro, ma non automatizza tutto. Di più: senza una guida solida, rischia di sovraccaricare anziché liberare.

