Il XXVII Rapporto sul mercato del lavoro approvato dal Cnel il 22 aprile contiene dati importanti e in alcuni casi onesti. Il problema è il modo in cui vengono presentati: ogni numero scomodo viene neutralizzato dalla cornice narrativa prima che il lettore possa farci qualcosa.
Il dato che cambia tutto, sepolto a metà rapporto.
“Il 72,4% dei contratti depositati copre lo 0,4% dei dipendenti.” È scritto lì, nero su bianco. Significa che 626 contratti su 864 totali hanno un’incidenza praticamente nulla sul mercato reale. Il Rapporto usa questo dato per concludere che “la frammentazione è solo apparente” e che il sistema funziona. Noi leggiamo la stessa cifra e arriviamo alla conclusione opposta: se 626 soggetti contrattuali esistono, depositano, operano e risultano irrilevanti per lo 0,4% dei lavoratori, il problema non è la loro esistenza — è che il sistema non ha mai dato loro la possibilità di crescere, di competere, di innovare. Declassarli ora amministrativamente non è pulizia: è seppellire l’evidenza di un fallimento del sistema dominante.
Le retribuzioni reali ancora sotto del 7,7% rispetto al 2021
Brunetta celebra “la buona tenuta del sistema di relazioni industriali”. Tiraboschi parla di “salto di qualità”. Ma nel corpo del Rapporto sta scritto che a fine 2025 le retribuzioni contrattuali reali sono ancora inferiori del 7,7% rispetto a gennaio 2021. Quattro anni di inflazione non recuperata. E questo nelle aree coperte dai grandi CCNL, quelli “comparativamente più rappresentativi”, quelli che il sistema celebra. Nei servizi — il settore che assorbirà il 73-74% dei nuovi ingressi al lavoro nei prossimi cinque anni — la perdita è ancora più acuta per i ritardi nei rinnovi e l’assenza di meccanismi di recupero. Come si concilia questo con l’autocelebrazione? Non si concilia. Si ignora.
Il paradosso della copertura totale.
99,7% di lavoratori coperti da contrattazione collettiva. È il dato che Brunetta usa per aprire il suo intervento. È anche il dato che smonta definitivamente la tesi secondo cui i “contratti pirata” siano la causa della stagnazione salariale. Se il 99,7% è coperto dai contratti delle grandi confederazioni, e i salari reali sono comunque scesi del 7,7% in quattro anni, allora il problema non è nei contratti che coprono lo 0,4%. Il problema è nei contratti che coprono il 99,6%. Questo il Rapporto non lo dice. Non potrebbe.
3,7 milioni di nuovi ingressi entro il 2029. Chi li rappresenterà?
Il dato sui fabbisogni occupazionali è forse il più rilevante del Rapporto per chi guarda al futuro. Oltre l’80% sarà sostituzione di lavoratori in uscita, il 73-74% sarà nei servizi, oltre il 44% richiederà formazione tecnico-professionale. È il ritratto di un mercato del lavoro che cambia profondamente per composizione, competenze e settori. Il sistema contrattuale attuale — costruito sui grandi comparti manifatturieri degli anni Settanta — è strutturalmente inadeguato a rappresentare questo mercato. I “28 CCNL che coprono l’80% dei lavoratori” sono stati negoziati per un’economia che non esiste più. Il mismatch tra competenze disponibili e richieste segnalato dal Rapporto stesso non è solo un problema formativo: è anche un problema contrattuale. Chi negozierà le condizioni del lavoro nei nuovi settori, nelle nuove professioni, nelle nuove forme organizzative?
Tiraboschi ammette il problema che il sistema non vuole risolvere.
Il consigliere CNEL presidente della Commissione dice una cosa importante e quasi in sordina: i dati Uniemens e le comunicazioni obbligatorie non dialogano tra loro, impedendo “analisi incrociate fondamentali per comprendere la relazione tra contratti, occupazione, salari e condizioni di lavoro.” In pratica: dopo settant’anni, lo Stato italiano non sa con esattezza chi applica quale contratto, a quanti lavoratori, con quali effetti reali sulle retribuzioni. Su questa base di ignoranza strutturata si costruisce la certezza che il sistema funziona. E su questa stessa base si escludono 626 organizzazioni contrattuali.
La sintesi che il Rapporto non fa.
Il mercato del lavoro italiano ha 24 milioni di occupati, una copertura contrattuale quasi totale, salari reali scesi del 7,7% in quattro anni, un divario Nord-Sud abissale (50% di occupazione al Sud contro 69,5% al Nord), un’occupazione giovanile in calo e un sistema informativo che non riesce ancora a incrociare le sue stesse fonti. Il sistema contrattuale dominante non ha fallito per colpa dei contratti minori. Ha fallito nonostante li avesse esclusi. E la risposta del CNEL è escluderli ancora di più, con più rigore, con più dati, con più unanimità. È un documento approvato all’unanimità da chi ha tutto l’interesse a che nulla cambi. Vale la pena leggerlo. Vale ancora di più leggerlo criticamente.

